mercoledì 22 maggio 2013

Preferenza di genere o voto di mafia?


    Il sistema della doppia preferenza di genere, previsto dalla legge elettorale siciliana, faciliterà il controllo del voto esercitato da Cosa Nostra? Il modello di voto di scambio è ormai consolidato e non subirà sostanziali modificazioni. La creazione di aspettative di vantaggio negli elettori.

I RISCHI DELLA DOPPIA PREFERENZA
La cosiddetta doppia preferenza di genere, introdotta nella legge elettorale siciliana per le elezioni comunali e provinciali, sull’esempio della Campania, agevolerà forme di scambio e controllo del voto, come qualche forza politica (M5S) sospetta? Potrebbe tradursi, come paventano alcuni, in una facilitazione alle cosche mafiose per organizzare espressioni di consenso di massa nei territori caratterizzati dalla loro presenza attiva? C’è il pericolo di una eterogenesi dei fini per quanto riguarda questa norma? I dubbi, polemicamente espressi, emergono in una Sicilia dove nelle elezioni alla Camera si è registrato un tasso di astensione pari al 37 per cento e dove il M5S ha ottenuto il 34 per cento dei consensi. Quasi si fosse assistito a un salto di paradigma rispetto al voto “controllato” e si rendesse ora necessaria l’introduzione di strumenti utili per evitare eccessiva libertà di voto.
Proviamo a rispondere agli interrogativi, prima di tutto precisando le modalità del doppio voto di genere. Così come è stato introdotto, permette di esprimere non una, ma due preferenze, purché differenziate per genere.
Come potrebbe configurarsi, dunque, attraverso la doppia preferenza, un modello di voto di scambio o, il che è sostanzialmente simile, di controllo del voto? Se il candidato A (maschio o femmina che sia) impone ai suoi elettori di far seguire al suo nome alternativamente i candidati B, C, D, E (maschi o femmine che siano), distribuendo le “doppiette” per singoli seggi, avrà una prova per accertare se il suo “consiglio” (richiesto o imposto che sia) è stato seguito. Il passaggio da una sola preferenza a preferenze plurime di per sé costituisce una sorta di “visibilità” del voto, come del resto le esperienze passate (cinquine, quaterne, terne con ambi) hanno dimostrato. (1)Le precauzioni suggerite per disinnescare il controllo sembrano tutte sostanzialmente eludibili. L’omissione della lettura ad alta voce del secondo voto, se nullo, per esempio, non evita che comunque sia, almeno dieci persone possano “vedere” quel voto. Qualcuno, in sede di dibattito sulla norma, aveva chiesto di non scrutinare i voti nei singoli seggi, ma in un’unica sede. Così facendo, però, si sarebbe persa la possibilità di verificare irregolarità compiute nei singoli seggi. L’ipotesi dell’abolizione della privacy del voto con la rinunzia alla tradizionale cabina avrebbe inciso sulla gherminella di “provare” il proprio voto attraverso una foto con il cellulare, ma non avrebbe intaccato la potenzialità corruttrice del doppio voto.
UN MODELLO CONSOLIDATO
D’altra parte, il controllo del voto attraverso la doppia preferenza è applicabile alle consultazioni elettorali politiche o regionali, ma perde valore in quelle amministrative. Infatti, la frammentazione politica, la debolezza dei partiti tradizionali, la voglia di protagonismo della cosiddetta “società civile”, ha portato negli anni alla proliferazione di liste e candidati alle elezioni amministrative, col risultato di “spalmare” le preferenze su molti più nominativi e ridurre ilnumero di preferenze ottenibili. In sostanza, un aspirante consigliere comunale difficilmente supera la decina di preferenze in un singolo seggio elettorale (che conta mediamente mille elettori), riuscendo pertanto a controllare il voto senza “doppiette” o “terzine”.
Secondo, esiste davvero il rischio che con le doppie preferenze di genere si permetta alla mafia di stabilire reti e filiere di espressione di voto a favore di singoli candidati sulla base di rapporti di reciproci interessi?
Le ultime inchieste in Sicilia confermano che la mafia tiene pacchetti di voti in dotazione. Il controllo del territorio porta Cosa Nostra a stringere legami di interesse o di sottomissione o anche familistici con i politici. I voti orientati dai boss sono funzionali perché possono determinare la vittoria di un candidato su un altro. La doppia preferenza di genere inciderà poco su questo sistema, agevolato dalla scarsa efficacia della normativa sul voto di scambio. (2) In sostanza, oggi, se la mafia vuole determinare la composizione di un organo elettivo non ha bisogno del voto di genere per raggiungere il suo obiettivo. (3)Proviamo a tirare qualche conclusione. La nostra tesi è che in Sicilia sia prevalente da tempo un modello consolidato di voto di scambio (senza “colore” e quindi facilmente trasmigrabile da un partito all’altro) che nessuna precauzione potrà annullare. Per la semplice ragione che in questo voto confluiscono e si fondono interessi da parte del “votato” e del “votante” non conflittuali, ma addirittura sinergici. Il termine “voto di scambio” è di ampia declinazione e difficilmente “destrutturabile”, se non in termini di protesta contro promesse non mantenute. Il che paradossalmente, a ben vedere, è sempre voto di scambio seppure con termini rovesciati.
Possiamo dunque temere che il doppio voto di genere sia stato introdotto con il maligno scopo di prevedere forme di controllo contro aspetti inconsueti di “votanti al mare”? Ci sembra una ipotesi paradossale, ma al tempo stesso serve ricordare come in Sicilia le distorsioni del sistema democratico dovute al prevalere del clientelismo o del condizionamento mafioso finiscano col gettare ombre su qualunque intervento sulla tipologia di espressione del voto. Più banalmente: la doppia preferenza potrebbe ora offrire maggiore efficacia a sistemi di controllo del voto. Ma rispetto all’esperienza comune non sembrano variazioni dirompenti.
In Sicilia, tra astensione e preferenze al M5S, si è verificata una sistematica evasione dal voto di scambio “personalizzato”. Ma la prossima volta, basterà parlare di reddito di cittadinanza e di restituzione dell’Imu (e lo faranno tutti i partiti) per reintrodurre il voto personalizzato, con o senza ricorso al trucco della preferenza di genere. Per contenere il voto di protesta espresso dai movimenti, l’esperienza consiglierà infatti ai partiti una maggiore concentrazione su offerte con contenuti simil-clientelari, capaci di creare subito negli elettori aspettative di vantaggio. Resta semmai da osservare che il doppio voto di genere, se non è accompagnato da liste composte al 50 per cento da candidate donne, finisce con l’essere un omaggio di genere più che il riconoscimento di un diritto.
 (1) La legge elettorale promulgata in Italia nel 1946 per le elezioni legislative prevedeva la possibilità di esprimere fino a quattro voti di preferenza, scrivendo sulla scheda elettorale i cognomi dei candidati prescelti oppure i loro numeri di lista. Le molteplici combinazioni dell’ordine della quaterna,  spesso trasformata in cinquina, con l’ultima preferenza annullata, rendeva possibile un controllo quasi capillare del voto. Un referendum (1991) ha modificato la legge consentendo un solo voto di preferenza. Nel 1994 venne varata una nuova legge elettorale che eliminò il voto di preferenza introducendo liste bloccate. Eliminazione confermata da un’ulteriore legge (2005). Il voto di preferenza è invece previsto dai sistemi elettorali usati per le elezioni comunali, regionali ed europee. Val la pena annotare che la possibilità di esprimere una quaterna di preferenze poteva dar luogo a ventiquattro combinazioni (sei per una terna). Una cinquina, con l’ultima preferenza annullata, permetteva centoventi combinazioni.
(2) La norma in vigore riconosce infatti il voto di scambio solo nel caso di pagamento in denaro (e non di qualsivoglia utilità come viene invocato da più parti). In realtà, il reato non si caratterizza solo per la richiesta di soldi ai politici. La mafia utilizza il voto di scambio come investimento, come accumulazione di potere. Si veda “Voto di scambio. Modificare la legge contro l’intreccio tra boss e politici”, intervista a F. Messineo a cura di V. Lucentini, Giornale di Sicilia, 9 aprile 2013.
(3) Val la pena ricordare che la Sicilia ha raggiunto nel marzo 2013 il singolare record di ben otto comuni sciolti negli ultimi anni, con un exploit legato principalmente agli scioglimenti del 2012 (cinque).

venerdì 13 luglio 2012



L’ECONOMIA ILLEGALE: 
UN’OPPORTUNITÀ PER I CONTI DELLO STATO?

Un recente studio della Banca d'Italia1 stima che l'economia "non osservata" in Italia abbia rappresentato nel 2008 il 31,1% del Pil, crescendo di 6,4 punti percentuali in soli tre anni (dal 2006 al 2008).

Nel paper citato, inoltre, si effettua una stima separata delle due componenti che costituiscono la cosiddetta "economia non osservata"2: il sommerso economico (le transazioni legali ma nascoste al fisco) e l'economia illegale (le attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione o possesso sono proibite dalla legge, e le attività che, pur essendo legali, sono svolte da operatori non autorizzati).
Il sommerso economico in Italia viene stimato dagli autori nel periodo 2005- 2008 in una media del 16,5% del Pil, valore confermato anche da un'altra ricerca dell'Istat3 che valuta i flussi di tali transazioni in Italia oscillanti tra un minimo di 255 miliardi di euro e un massimo di 275 miliardi nel 2008, pari rispettivamente al 16,3% e al 17,5% del prodotto interno lordo.
La seconda componente, l'economia illegale, stimata dagli autori dello studio secondo il metodo del Currency Demand Approach (Cda), rappresenterebbe in media tra il 2005 ed il 2008 circa l'11% del Pil italiano, in crescita di 3 punti percentuali tra il 2006 ed il 2008. Valore anche questo confermato dai dati Eurispes4, che per il nello stesso periodo ha valutato in oltre 175 miliardi di euro il volume di affari da attività illegali, corrispondente all’11,3% del PIL.
Mentre il sommerso economico – come è noto - viene contabilizzato nel calcolo del Pil nazionale, l'economica illegale, pur rappresentando una percentuale consistente di transazioni, non viene inclusa nei conti nazionali. Ora, quali stime possono proporsi per alcuni settori dell'economia illegale, quello degli stupefacenti, ad esempio, e quello della prostituzione; e quale contributo, ipotizzandone in astratto forme di legalizzazione, apporterebbero al miglioramento della performance di indicatori macroeconomici come il Pil ed al contrasto alle organizzazioni criminali?
Il mercato degli stupefacenti – la tesi è unanime - rappresenta per la criminalità organizzata il business principale, con un fatturato annuo di circa 60 miliardi di euro5. Alcune ricerche sostengono che un punto di vista squisitamente economico, i benefici di un intervento di regolamentazione risulterebbero significativi per l’erario (in Olanda ogni anno lo Stato incassa 450 milioni di euro di sole imposte dai coffee shop6), più occupati, emersione del traffico e quindi incremento del Pil, minori spese per giustizia e repressione, minori entrate per le organizzazioni criminali e maggiore controllo della qualità delle sostanze in commercio e della dimensione del fenomeno. Secondo uno studio dell’Università “La Sapienza” del 20097 si stima un beneficio fiscale annuale di quasi 10 miliardi euro dalla legalizzazione del mercato degli stupefacenti: in particolare, l’erario risparmierebbe circa 2 miliardi all’anno di spese per l’applicazione della normativa proibizionista (polizia, magistratura, carceri), ed incasserebbe circa 8 miliardi all’anno dalle imposte sulle vendite (5,5 dalla sola cannabis).
Stesse considerazioni – anche in questo caso sotto un mero profilo contabile - possono farsi sul mercato del sesso. Gli effetti di un proibizionismo di facciata sulla prostituzione sono evidenti: la prostituzione avviene illegalmente nelle strade, in luoghi “dedicati” ed in appartamenti privati8; le donne (dalle 50 e le 70 mila) sono nella gran parte oggetto di sfruttamento da parte delle organizzazioni criminali (con un giro d'affari dai 2,2 ai 5,6 miliardi di euro)9; l’assenza di sistematici controlli pubblici ha permesso una più facile diffusione delle malattie sessuali e lo Stato sopporta costi e sembra non ottenere alcun risultato positivo dall’attività di repressione10. Sicché, un intervento dello Stato, di sia pur parziale regolamentazione, oltre a garantire maggiore sicurezza nei rapporti di sesso occasionale e minori introiti per le organizzazioni criminali, potrebbe assicurare maggiori entrate nelle casse dello Stato.
In sostanza, come detto in precedenza, ragionando in termini rigorosamente economici – sulla base di stime credibili - parliamo di azioni con un duplice beneficio: l’emersione di parte del Pil nascosto,  nelle stime ufficiali permetterebbe al nostro Paese di ridurre il rapporto debito/pil in maniera strutturale.  Del resto, sotto altro aspetto, in termini etici è più riprovevole una politica fiscale che agisca sui mercati cosiddetti illegali (del tipo di quelli prima ricordati) o una promozione pubblica del gioco d’azzardo, che, secondo i dati dell’associazione Libera nel 2011, ha realizzato un fatturato legale per i concessionari privati di 76 miliardi11?

Mario Centorrino
Piero David

1. Ardizzi G., Petraglia C., Piacenza M. e Turati G., Measuring the underground economy with the currency demand approach: a reinterpretation of the methodology, with an application to Italy, Banca d'Italia, Temi di Discussione (Working Papers) Number 864, aprile 2012
2. La denominazione di "economia non osservata" è basata sulle definizioni internazionali contenute nel Sistema Europeo dei Conti Nazionali del 1995 e nell’Handbook for Measurement of the Non-observed Economy dell’Ocse.
3. Rapporto finale sull'attività del gruppo di lavoro Economia non osservata e flussi finanziari guidato dal presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, nell'ambito del cantiere per la riforma fiscale.
4. Danna Serena (a cura), Prodotto Interno Mafia, Einaudi 2011; http://www.eurispes.it/index.php?option=com_content&view=article&id=197:rapporto-italia-2008&catid=40:comunicati-stampa&Itemid=135
5. Secondo il XII Rapporto SOS Impresa (pag. 7), nel 2009 il giro d’affari della criminalità organizzata relativo al traffico di stupefacenti è stimato intorno ai 60 miliardi di euro. http://www.sosimpresa.it/userFiles/File/Documenti4/Rapporto_2009.pdf
6. Andrea Tarquini, L’Olanda vieta i turisti gli spinelli nei coffee shop, la Repubblica 30 maggio 2011;
7. Marco Rossi, Il costo fiscale del proibizionismo: una simulazione contabile, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Settembre 2009.
8. La quantificazione è tratta dall’ultima indagine specifica operata della commissione Affari sociali della Camera. Il 65% delle prostitute lavora in strada, il 29,1% in albergo, il resto in case private.
9. Si vedano le stime elaborate da due esperti di Transcrime, Andrea Cauduro ed Andrea Di Nicola sul giro d'affari alimentato dalla prostituzione in Italia.
10. Centorrino M., Saitta P., Signorino G., Sex industry, profili economici e sociali della prostituzione, Think Thanks 2009.
11. Rizzo Sergio, Riduzione delle agenzie fiscali, i mal di pancia della cattiva politica, Corriere della Sera, 27 giugno 2012.