mercoledì 8 gennaio 2014


Perché allo Stato conviene legalizzare


Le politiche proibizioniste sugli stupefacenti non sono riuscite a ridurne il consumo, che negli ultimi anni è risultato in crescita per tutte le sostanze ed in tutti i Paesi. Nonostante le attività di contrasto, i proventi del mercato degli stupefacenti per le organizzazioni criminali mondiali rimangono molto elevati. La regolamentazione di tale mercato, in termini di costi e benefici per la collettività, determinerebbe benefici netti consistenti, derivanti soprattutto dall'emersione di transazioni, in questo momento, illegali, che invece potrebbero essere contabilizzate nel Pil ufficiale, con effetti rilevanti in termini di bilancio pubblico e di performance degli indicatori di stabilità finanziaria.


1. Introduzione
    La Global Commission on Drug Policy dell’ONU ha ammesso che “La guerra globale alla droga è fallita, con conseguenze devastanti per gli individui e le società di tutto il mondo”, invitando i governi a sperimentare “forme di regolarizzazione che minino il potere delle organizzazioni criminali e salvaguardino la salute e la sicurezza dei cittadini”[1].
  I dati sul consumo di stupefacenti nel mondo evidenziano, infatti, come questo sia in crescita per tutte le sostanze ed in tutti i Paesi. A livello globale, la UNODC (2012) stima che nel 2010 tra 153 milioni e 300 milioni di persone di 15-64 anni (3,4-6,6 per cento della popolazione mondiale in quella fascia di età), abbiano utilizzato una sostanza illecita, almeno una volta nel corso dell'anno precedente. La droga più diffusa è la cannabis, in crescita negli ultimi anni, mentre restano stabili le altre sostanze. Sempre l’UNODC stima che, nonostante la continua attività di contrasto, considerando solo il traffico di droga, nel 2009 i proventi a livello globale per le organizzazioni criminali siano stati circa 870 miliardi di dollari, pari a 1,5% del prodotto interno lordo mondiale. I più alti guadagni per le organizzazioni criminali a livello mondiale provengono dal traffico di droga e ammontano a circa il 50% di tutti i proventi dei crimini transnazionali, ovvero dallo 0,6% allo 0,9% del prodotto interno lordo mondiale.
  Questo bilancio negativo della proibizione, insieme alla sempre maggiore necessità dei governi degli Stati più sviluppati ad aumentare il proprio gettito fiscale senza ricorrere ad ulteriori imposizioni su redditi, imprese e immobili, hanno rilanciato il dibattito su un'ipotesi di regolamentazione del mercato degli stupefacenti. Soprattutto negli USA, dove in uno Stato, la California, si è votato nello scorso novembre un referendum per abolire il regime di proibizione delle droghe leggere, permettendone coltivazione e vendita.
 Il dibattito si è concentrato sul calcolo dei benefici fiscali per uno Stato che intendesse passare da un regime di proibizione ad uno di depenalizzazione o legalizzazione delle droghe, soprattutto quelle leggere, e sugli effetti che tale cambiamento avrebbe sui prezzi e sui consumi delle sostanze stupefacenti.
Ma il beneficio fiscale è solo parte dell'utilità complessiva che uno Stato può trarre dal passaggio dalla proibizione alla legalizzazione. La regolamentazione del mercato degli stupefacenti, infatti, si lega strettamente alla contabilità ufficiale della finanza pubblica, in quanto, fino a questo momento, le regole concordate a livello internazionale nel Sec95 per la contabilità nazionale non includono nel calcolo del Pil, e di conseguenza di tutti gli indicatori di stabilità dei conti pubblici di uno stato, le attività illegali, anche se queste rappresentano ormai una parte rilevante dell'economia degli stati sviluppati. Infatti, mentre il sommerso economico, come è noto, viene stimato e contabilizzato nel calcolo del Pil nazionale, l'economica illegale, pur rappresentando una percentuale consistente di transazioni, non viene inclusa nei conti nazionali. Alla luce di ciò, questo studio, concentrandosi sul caso italiano, tenta di sistematizzare costi e benefici della legalizzazione del mercati degli stupefacenti in Italia introducendo il valore aggiunto rappresentato da tale mercato, finora illegale, nella contabilità ufficiale del Pil nazionale.
Ardizzi et al. (2012) stimano che l'economia "non osservata"[2] in Italia abbia rappresentato nel 2008 il 31,1% del Pil, crescendo di 6,4 punti percentuali in soli tre anni (dal 2006 al 2008). In particolare, tale studio disaggrega l’economia non osservata in due componenti: 1) il sommerso economico (le transazioni legali ma nascoste al fisco); 2)l'economia illegale (le attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione o possesso sono proibite dalla legge, e le attività che, pur essendo legali, sono svolte da operatori non autorizzati). Il primo in Italia viene stimato dagli autori nel periodo 2005- 2008 in una media del 16,5% del Pil, valore confermato anche da un'altra ricerca dell'Istat[3] (2011) che valuta i flussi di tali transazioni in Italia oscillanti tra un minimo di 255 miliardi di euro e un massimo di 275 miliardi nel 2008, pari rispettivamente al 16,3% e al 17,5% del prodotto interno lordo. L'economia illegale, invece, stimata  secondo il metodo del Currency Demand Approach (Cda), rappresenterebbe in media tra il 2005 ed il 2008 circa l'11% del Pil italiano, in crescita di 3 punti percentuali tra il 2006 ed il 2008. Valore anche questo confermato dai dati Eurispes (Danna 2011)[4], che per il nello stesso periodo ha valutato in oltre 175 miliardi di euro il volume di affari da attività illegali, corrispondente all’11,3% del PIL.
L’originalità di questa ricerca riguarda soprattutto due aspetti della questione. Il primo riguarda il beneficio in termini di Pil determinato dalla legalizzazione del mercato degli stupefacenti, poiché sposterebbe una parte molto rilevante di produzione e transazioni, per il momento non contabilizzati perché illegali, dai bilanci delle organizzazioni criminali a quelli delle finanze pubbliche, consentendo un notevole miglioramento della performance degli indicatori debito/pil e deficit/pil. A differenza di quanto affermato in letteratura - ove si sostiene che il vantaggio della legalizzazione sia circoscritto al maggior gettito ricavato dalla produzione e dalla vendita delle sostanze stupefacenti, ed alle minori spese per il sistema di repressione del traffico - noi mettiamo in evidenza la creazione di nuovo valore aggiunto dalla regolamentazione del mercato degli stupefacenti. Il secondo aspetto riguarda quale mercato legalizzare. Quasi tutti gli autori si concentrano sulla legalizzazione della marijuana, o in generale delle droghe leggere. Ma gli effetti della regolamentazione sarebbero ancora maggiori se venisse regolamentato l'intero mercato delle droghe, sia leggere che pesanti.
Il lavoro è così strutturato. Dopo aver esposto una breve rassegna della letteratura sul tema (par. 2), si presenta una nostra variante al modello di Kilmer et al. (2010) volta a misurare L'impatto netto della regolamentazione del mercato degli stupefacenti (par. 3). Nell’ultimo paragrafo (par. 4), infine, saranno esposte alcune riflessioni conclusive.

2. La letteratura più recente
Tra i contributi al dibattito più recenti su costi e benefici della legalizzazione delle droghe (Becker et al. 2006, Clements and Zhao 2009, Babor et al. 2010, Pacula 2010, Pudney 2010, Reuter 2010, Werb et. al. 2010, Kilmer et. Al. 2010, Miron and Waldock 2010, MacCoun 2011, Williams et. al. 2011, Kochenderfer et al. 2011, Caulkins et al. 2012, Van Ours 2012), la maggior parte (Clements and Zhao 2009, Caulkins 2010, Pacula 2010, Caulkins et al. 2012) si concentrano sugli effetti derivanti dalla legalizzazione delle droghe, soprattutto della marijuana,  sul prezzo della sostanza (decisamente più ridotto nel mercato legale per la diminuzione del rischio per produttori e consumatori, la maggiore automazione e le economie di scala introducibili nel processo di produzione legale, Caulkins 2010, Miron and Waldock, 2010) e sull'elasticità della domanda di droghe rispetto al prezzo che ci consente di valutare la risposta dei consumatori alla riduzione di prezzo (secondo Pacula, 2010, gli utenti regolari di droghe leggere dovrebbero aumentare del 2,5% per ogni riduzione del 10%; Clements e Zhao, 2009,  hanno esaminato i dati provenienti dall' Australia stimando l'elasticità della domanda rispetto al prezzo a - 0,40; per Caulkins, 2010, è difficile valutare quanto possa aumentare il consumo; secondo Boermans, 2010, il caso olandese dimostra come la legalizzazione della marijuana non produce effetti sostanziali sul consumo; per Van Ours and Williams, 2007, un prezzo inferiore abbassa l'età di iniziazione, ma non ha alcun effetto sulla durata del consumo di cannabis) e quindi anche le possibili ricadute sui costi sanitari legate al possibile aumento dei consumi. Becker et al. 2006 presentano un modello che assume piena concorrenza e quindi zero profitti attesi e sostengono che la proibizione non abbia avuto come conseguenza quella della riduzione dei consumi, ma esclusivamente l'effetto di aumentare i costi di produzione e di consumo degli stupefacenti, e le spese per la repressione del fenomeno: in sostanza una riduzione del benessere collettivo. E concludono affermando che, in alcune condizioni, la proibizione è meno efficace di un regime di politica in cui le droghe vengono legalizzate e tassate. Alcuni autori si soffermano sugli effetti della legalizzazione in alcuni paesi, principalmente l’Olanda, (MacCoun, 2011, sostiene che il sistema olandese dei coffee-shops potrebbe essere stato responsabile della separazione dei mercati delle droghe leggere e pesanti, e piuttosto che aumentare il passaggio dal consumo di droghe leggere a quelle pesanti può avere ridotto questo passaggio; secondo Reuter, 2010, la commercializzazione nei Paesi Bassi può aver portato ad un aumento degli utenti, ma l'accesso non ha portato ad un aumento del consumo per la popolazione olandese. Korf, 2002, indica che l'uso di cannabis nei Paesi Bassi mostra tendenze che sono molto simili a quelle di altri paesi europei che non hanno depenalizzato la cannabis) e la scelta di quali droghe mantenere illegali e quali legalizzare (Conant e Maloney, 2010).
Altri autori (Kochenderfer et al. 2011, Kilmer et. al. 2010, Miron and Waldock, 2010), invece, approfondiscono soprattutto l'aspetto economico del problema, valutando tutte le implicazioni fiscali derivanti dalla legalizzazione delle droghe leggere. Kochenderfer et al. 2011 sostengono che la legalizzazione di produzione e vendita della marijuana consentirebbe una modesta riduzione dei costi per la repressione ed un elevato gettito fiscale che, tuttavia, difficilmente potrebbe essere cosi importante da convincere l'opinione pubblica a cambiare idea su un tabù che dura da secoli. Kilmer et al. (2010) costruiscono un diagramma per valutare e sistematizzare gli effetti della legalizzazione della marijuana negli USA e l'impatto netto per il bilancio statale. Ai benefici della legalizzazione derivanti dai risparmi per lo Stato, vengono aggiunti i costi per la nuova regolamentazione. Viene stimato poi per il livello di tassazione migliore e i costi per prevenire la frode fiscale, oltre le entrate fiscali derivanti dalla vendita legale di marijuana. Viene anche stimato come potrebbe cambiare il consumo rispetto alla variazione del prezzo della sostanza stupefacente nel mercato legale. Gli autori concludono il lavoro sostenendo che con la legalizzazione della marijuana il prezzo di vendita al dettaglio, imposte escluse, si ridurrà, probabilmente di oltre l'80 per cento. Il prezzo finale per i consumatori dipenderà in larga misura dalle tasse. Il consumo dovrebbe aumentare, ma non è chiaro quanto, perché non si conosce né la forma della curva di domanda, né il livello di evasione fiscale (che riduce i ricavi per lo Stato e per i produttori ed i prezzi per i consumatori). L'impatto netto sul bilancio statale è incerto, perché le variabili sono molteplici. Miron and Waldock sostengono, invece, che la legalizzazione della droga negli USA produrrebbe una riduzione di spesa pubblica, derivante dalla legalizzazione del mercato delle droghe (forze dell'ordine, magistratura e sistema carcerario), di circa 41,3 miliardi di dollari l'anno ed, inoltre, genererebbe un gettito fiscale di circa 46,7 miliardi di dollari l'anno grazie alla tassazione di produzione e vendita degli stupefacenti applicando le aliquote utilizzate per il tabacco.

3. Un modello logico per valutare costi e benefici della legalizzazione del mercato degli stupefacenti.
Anche se non è possibile quantificare analiticamente l'impatto netto della legalizzazione del mercato degli stupefacenti (essendo un mercato illegale sono troppo limitati i dati a disposizione), è possibile invece costruire un modello logico per valutare l'effetto complessivo della regolamentazione applicata, sistematizzando costi e benefici e comparandone i diversi pesi.



Il modello, ricalcando il lavoro di Kilmer et al. (2010) sulla legalizzazione della marijuana, può essere rappresentato con un diagramma (Fig.1) nel quale sistematizzare costi e benefici economici dell'abolizione delle pene e delle sanzioni sulla produzione, vendita e possesso degli stupefacenti.
L'impatto netto della regolamentazione del mercato degli stupefacenti si può determinare confrontando benefici e costi
IN = B - C
dove IN, l'impatto netto della legalizzazione del mercato degli stupefacenti, risulta dalla differenza tra i benefici (B) ed i costi (C). Cerchiamo di analizzare tali variabili in maniera dettagliata. Partiamo dai costi.
I costi complessivi della legalizzazione del mercato degli stupefacenti possono essere divisi in due tipologie: costi diretti e costi indiretti. I primi sono legati alla regolamentazione del nuovo mercato legale (struttura dell'agenzia per la gestione di produzione e vendita, controllo rispetto legislazione, sensibilizzazione ed informazione dei consumatori – Kilmer et al., 2010), e quantitativamente possono essere assimilati ai costi sostenuti per la regolamentazione del consumo di tabacco e sigarette, che hanno una regolamentazione molto simile a quella in ipotesi. I costi indiretti dipendono invece dall'aumento dei consumi di sostanze stupefacenti in seguito alla legalizzazione. Un aumento dei consumi potrebbe portare ad un aumento dei costi sanitari. Come riportato in precedenza, la letteratura sull'argomento non ha una posizione prevalente su come possa variare la domanda di stupefacenti in seguito alla legalizzazione del mercato. Secondo Pacula (2010), gli utenti regolari di droghe leggere dovrebbero aumentare del 2,5% per ogni riduzione del 10%; per Caulkins (2010) è difficile valutare quanto possa aumentare il consumo; secondo Boermans (2012) il caso olandese dimostra come la legalizzazione della marijuana non produca effetti sostanziali sul consumo; per Van Ours and Williams (2007) un prezzo inferiore abbassa l'età di iniziazione, ma non ha alcun effetto sulla durata del consumo di cannabis. Pertanto una quantificazione dei costi sanitari legati ad un possibile aumento della domanda di stupefacenti in seguito alla legalizzazione del mercato non è possibile.
 I  benefici della regolamentazione del mercato degli stupefacenti sono molteplici e riguardano anche aspetti non quantificabili economicamente. Li possiamo dividere in benefici strettamente legati alla regolamentazione e quantificabili Bdir, e benefici non quantificabili legati indirettamente alla filiera degli stupefacenti Bind (esternalità positive).

B = Bdir + Bind

I benefici diretti sono sostanzialmente tre: 1) la riduzione delle spese statali impiegate per la proibizione della produzione e della vendita degli stupefacenti (G); 2) un maggiore gettito fiscale derivante dalla tassazione della produzione e della vendita delle sostanze (T);  3) l'emersione della produzione e delle transazioni effettuate nel mercato illegale degli stupefacenti, e pertanto la crescita quantitativa del Pil ufficiale (Y).

                                                                              Bdir =      G + T + Y

Per quanto riguarda la riduzione delle spese statali per la proibizione della produzione e della vendita (G), si tratta principalmente dei minori costi che forze dell'ordine (GP), magistratura (GM) e sistema carcerario (GA) dovrebbero sostenere se venisse cancellato il reato di produzione e vendita di sostanze stupefacenti.

G = GP + GM + GA

Il gettito fiscale (T) deriverebbe dalla tassazione della produzione e della vendita degli stupefacenti, in maniera analoga a quanto avviene con l'alcool e col tabacco. Miron and Waldock (2010) hanno indicato una metodologia per stimare gettito fiscale T e risparmi di spesa G. Per quanto riguarda i minori costi per l'amministrazione si utilizza la seguente procedura: si calcola la percentuale di arresti per le violazioni di droga sul totale e si moltiplica tale percentuale per la componente del bilancio statale destinata alle forze dell’ordine (GP); si stima la percentuale di procedimenti per crimini legati agli stupefacenti e si moltiplica tale percentuale per la componente del bilancio statale destinata alla giustizia civile e penale (GM); si stima la percentuale di carcerati per reati legati al traffico di stupefacenti e si moltiplica tale percentuale per la componente del bilancio statale destinata alla gestione delle carceri (GA).
La somma di queste componenti stima la riduzione statale complessiva di spesa derivante dalla legalizzazione del mercato delle droghe. A questi benefici si aggiunge in gettito fiscale derivante dalla tassazione di produzione e vendita degli stupefacenti applicando le aliquote utilizzate per il tabacco. Lo studio di Miron and Waldock conclude che la legalizzazione della droga negli USA produrrebbe una riduzione di spesa pubblica di circa 41,3 miliardi di dollari l'anno e genererebbe un gettito fiscale di circa 46,7 miliardi di dollari l'anno.
Secondo uno studio dell’Università “La Sapienza” (Rossi, 2009), che utilizza tale metodologia per il caso italiano, si stima un beneficio fiscale annuale di quasi 10 miliardi euro dalla legalizzazione del mercato degli stupefacenti: in particolare, l’erario risparmierebbe circa 2 miliardi all’anno di spese per l’applicazione della normativa proibizionista (polizia, magistratura, carceri), ed incasserebbe circa 8 miliardi all’anno dalle imposte sulle vendite (5,5 dalla sola cannabis).
Relativamente ai risparmi di spesa va considerata, comunque, l'osservazione avanzata da Caulkins (2010) e Kochenderfer et al. (2011) che evidenziano come, almeno nel breve periodo, i risparmi di spesa G sarebbero minori di quanto previsto dal modello di Miron and Waldock, poiché i soggetti delle forze dell'ordine, della magistratura e del sistema carcerario impegnati nella repressione dei reati legati al mercato degli stupefacenti, anche con meno arresti, meno processi e meno carcerati rimarrebbero comunque nell'organico della pubblica amministrazione. Solo nel medio-lungo periodo, aggiungiamo noi, potrebbero divenire tagli strutturali delle piante organiche e risparmi di spesa consistenti. Va tuttavia considerato che tali soggetti, non dovendosi occupare più degli illeciti legati alla droga, potrebbero concentrarsi su altri reati, rendendo più efficiente il sistema repressivo, giudiziario e carcerario.
L'ultima componente dei benefici diretti - l'elemento originale di questo paper - è l'emersione di quella componente del Pil che non viene contabilizzata nelle statistiche ufficiali derivante dalla produzione e dalle transazioni effettuate nel mercato illegale degli stupefacenti (Y). Infatti, mentre il sommerso economico (le transazioni legali, ma nascoste al fisco) viene contabilizzato nel calcolo del Pil nazionale, l'economia illegale, pur rappresentando una percentuale elevata della produzione complessiva, circa l'11% del Pil in Italia (Ardizzi et. Al., 2012), non viene inclusa nei conti nazionali. La componente di economia illegale relativa al traffico di stupefacenti è molto elevata in Italia. Secondo alcuni studi rappresenta per la criminalità organizzata il business principale, con un fatturato annuo di circa 60 miliardi di euro (Sos Impresa 2009). Stime più prudenti forniscono un ricavo complessivo nel 2010 pari a circa 24 miliardi di euro (Fabi et al., 2011).
La legalizzazione del mercato degli stupefacenti farebbe crescere il Pil ufficiale di una quantità equivalente alla produzione finale annua in valore dell'intera filiera delle droghe con sede nel territorio nazionale. Infatti questa crescita di valore aggiunto potrebbe essere minore se la produzione avvenisse all'estero e solo la vendita nel territorio nazionale. Ma considerato il regime proibizionista, e pertanto più costoso, degli altri paesi, è verosimile aspettarsi una rapida crescita della produzione interna.
Il contributo di tale componente al bilancio pubblico è molto consistente, poiché la crescita del Pil determina la riduzione dei rapporti deficit/pil e debito/pil che costituiscono gli indicatori principali per valutare la solidità finanziaria ed economica di uno Stato, e che condizionano fortemente il costo del servizio del debito pubblico. Inoltre, considerato che nel caso italiano il rapporto debito/pil dovrà essere necessariamente ridotto di un ventesimo l'anno, in seguito al Fiscal Compact, applicando nuove tasse o nuovi tagli di spesa e deprimendo ancora di più l'economia, riuscire a trovare un'altra strada meno dolorosa, socialmente ed economicamente, rappresenta un ulteriore beneficio indiretto da aggiungere nel nostro modello.
Considerando che il ricavato del traffico di stupefacenti è stimato tra 60 miliardi (stima alta Sos Impresa) e 24 miliardi (Fabi et al. 2011), la sola legalizzazione produrrebbe un aumento percentuale del Pil annuo italiano tra il 2,15% ed il 4,43%. Inoltre, ipotizzando che a) lo stock di debito e di Pil si mantengano costanti nel tempo; b) i ricavi delle transazioni effettuate nel mercato degli stupefacenti vengano contabilizzati nell'economia legale; c) e stimando in circa 10 miliardi il gettito fiscale proveniente dalla tassazione di produzione e vendita delle sostanze; sotto tali ipotesi, nel 2012, il rapporto debito/pil si ridurrebbe di 5,1 punti (ipotesi alta) o di 2,5 punti (ipotesi bassa). Basterebbe pertanto la sola legalizzazione del mercato degli stupefacenti per rispettare le previsioni del Fiscal Compact in Italia.
Infine, per quanto riguarda i benefici indiretti richiamati nel modello, ne possiamo indicare due tipologie, quelli derivanti da un utilizzo alternativo delle risorse liberate dalla legalizzazione e quelli legati all'aumento del benessere complessivo della collettività.
Tra i primi possiamo inserire, come accennato in precedenza, sia la liberazione di risorse di forze dell'ordine, magistratura e addetti al sistema carcerario che possono concentrarsi su altri reati e migliorare l'efficienza del sistema giudiziario e carcerario; sia le risorse non più necessarie per raggiungere gli obiettivi richiesti dal Fiscal compact. Tra i secondi possiamo annoverare la maggiore informazione sulle sostanze acquistate e i probabili minori costi sanitari, la riduzione dei reati e della violenza connessa al traffico degli stupefacenti, minori introiti per le organizzazioni criminali e minori capitali per distorcere i mercati legali (usura, riciclaggio, concorrenza sleale), aumento del numero di occupati regolari, miglioramento delle condizioni carcerarie dei detenuti.


Conclusioni

In conclusione, il mercato degli stupefacenti rappresenta in questo momento il principale business per le organizzazioni criminali, nonostante decenni di repressione e sanzioni. La politica di proibizione non è riuscita a ridurre il consumo delle droghe, ma ha avuto come principale effetto quello di aumentarne i costi. Un intervento di regolarizzazione del mercato degli stupefacenti, con modalità simili a quelle applicate al tabacco, avrebbe elevati benefici economici. La regolamentazione e la legalizzazione di tale mercato, in termini di costi e benefici per la collettività, determinerebbe benefici netti consistenti, derivanti soprattutto dall'emersione di transazioni, in questo momento, illegali. Il modello presentato in questo lavoro ha cercato di sistematizzare costi e benefici della regolarizzazione, evidenziandone l’impatto netto per la collettività. Alle variabili prese in esame dalla letteratura precedente abbiamo aggiunto un fattore che tenesse conto della contabilizzazione del mercato degli stupefacenti nel Pil ufficiale. Tale componente ha effetti rilevanti in termini di bilancio pubblico e di performance degli indicatori di stabilità finanziaria. Tale approccio potrebbe essere esteso ad altre componenti dell’economia illegale che presentano caratteristiche simili al mercato degli stupefacenti, come, ad esempio, il mercato della prostituzione.
L’applicazione del modello presentato in questo lavoro sugli stupefacenti ad altri mercati illegali può rappresentare uno spunto di analisi per ulteriori ricerche su economia illegale e regolamentazione pubblica.

Traduzione dell'articolo
P. David, F. Ofria, Non-observed economy and public finance: the impact of legal drug market, Quality - Access to Success, Vol. 14 - no. 134 Supplement June 2013 (ISSN 1582-2559);


Bibliografia

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[2] La denominazione di "economia non osservata" è basata sulle definizioni internazionali contenute nel Sistema Europeo dei Conti Nazionali del 1995 e nell’Handbook for Measurement of the Non-observed Economy dell’Ocse.
[3] Rapporto finale sull'attività del gruppo di lavoro Economia non osservata e flussi finanziari guidato dal presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, nell'ambito del cantiere per la riforma fiscale, 14 luglio 2011.
http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&ved=0CCIQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.tesoro.it%2Fprimo-piano%2Fdocumenti%2F2012%2Feconomia_non_osservata_e_flussi_finanziari_rapporto_finale.pdf&ei=CJBxUOCgN8bwsga6uIGwBQ&usg=AFQjCNGLLuVBxzNKUTMuPSPmSL-weIeELw&sig2=H8Vu-UDQjLUIqw2LLAZIMg
[4]http://www.eurispes.it/index.php?option=com_content&view=article&id=197:rapporto-italia-2008&catid=40:comunicati-stampa&Itemid=135

domenica 1 dicembre 2013

Primarie 2013: le cose cambiano cambiandole.


A che cosa servono le primarie dell'8 dicembre 2013? Non bisogna individuare il candidato alla Presidenza del Consiglio, ma in quella data gli elettori del PD potranno scegliere il nuovo segretario ed i nuovi organismi dirigenti che per quattro anni gestiranno il Partito Democratico. E considerata l'importanza della scelta (il PD è l'unico grande partito di massa che ancora esiste), per decidere bisogna prima valutare e dare un giudizio di come è stato gestito questo partito negli ultimi quattro anni, sia per le scelte politiche, sia per la conduzione interna.
Qual è il bilancio dell'attuale gruppo dirigente? Dal punto di vista politico è senza dubbio molto modesto. In tre degli ultimi quattro anni il PD ha governato insieme al centro-destra, senza portare avanti nessuna delle grandi riforme di sistema di cui questo paese ha ancora bisogno. Alle ultime elezioni politiche l'attuale gruppo dirigente, con Bersani candidato, è riuscito a non vincere una campagna elettorale dove a tre mesi dal voto il nostro principale avversario partiva da 10 punti in meno. Chi ha gestito il PD in questi anni non è riuscito, in una difficile crisi economica e sociale, a dettare l'agenda politica ed a imporre determinati punti in chiave anticiclica: interventi per l'occupazione, riduzione delle tasse per le fasce di reddito più basse, investimenti in istruzione e ricerca. E soprattutto non ha ottenuto risultati in quello che dovrebbe essere il principale obiettivo di un partito di sinistra: la redistribuzione della ricchezza. Le distanze tra i più ricchi ed i più poveri sono cresciute e non diminuite.
Questo gruppo dirigente, che di fatto ha fallito l'obiettivo di riportarci al governo per cambiare il Paese, è lo stesso che adesso si ripresenta con facce nuove. Renzi e Cuperlo rappresentano infatti le due correnti del PD che in questi anni si sono alternate nella gestione del partito con gli scarsi risultati prima accennati. Il gruppo dirigente di Renzi è composto da dirigenti come Fassino, Franceschini e Veltroni. Quello di Cuperlo è espressione di Bersani, D'Alema, Finocchiaro e Fioroni.
Ora, un segretario non va selezionato solo per le sue qualità personali. Renzi è senza dubbio molto efficace nella comunicazione. Cuperlo è tra le migliori menti del nostro partito. Ma un segretario va  scelto per il gruppo dirigente che ha dietro e che con lui prenderà le scelte. Se direzione ed assemblea nazionale saranno espressione sempre degli stessi deputati, ma cambierà solo il segretario, la linea politica del PD, i suoi difetti, le sue ambiguità resteranno sempre le stesse.
Per queste ragioni crediamo che Civati sia l'unico candidato alla segreteria che rappresenti una vera discontinuità col passato e che ha un'idea chiara su quale partito vogliamo per i prossimi quattro anni. Un PD con un'identità definita che risolva la questione della collocazione internazionale (il PSE), con un progetto di coalizione di centro sinistra per il futuro, con un'idea precisa sui soggetti sociali da rappresentare e difendere: precari, disoccupati, famiglie a basso reddito. E con una proposta politica concentrata su tali soggetti: reddito minimo garantito, strumenti per la ripresa dell'occupazione, interventi per fare ripartire lo sviluppo nelle aree deboli del Paese come il Mezzogiorno, investendo soprattutto in cultura, istruzione e ricerca.
Ma il PD del futuro deve cambiare anche per quanto riguarda la gestione interna. Fino ad oggi, in tutti i territori, non solo a Messina, il PD è stato il partito degli eletti, dove pochi, spesso i deputati, decidevano per tutti e gli organismi dirigenti venivano convocati solo per ratificare quanto già stabilito.
L'idea che noi abbiamo del PD, è invece di un partito dove si coinvolgono gli iscritti e gli elettori nelle decisioni più importanti, dove gli organismi dirigenti discutano e stabiliscano la linea del partito indipendentemente dai deputati, dove il meccanismo di selezione degli organismi dirigenti privilegiato non sia la cooptazione, adottata finora nel partito degli eletti, ma la competenza, il merito, la presenza attiva nella vita politica.
Un partito, infine, che si occupi molto più di politica e meno di sottogoverno. E questo lo si può fare ritornando a promuovere iniziative politiche sul territorio, sia sulle tematiche locali (rifiuti, trasporti, fondi strutturali), sia portando anche a Messina il dibattito sui grandi temi nazionali con importanti esponenti politici. Ed è questa prospettiva che stiamo organizzando due appuntamenti molto importanti nelle prime settimane di dicembre con Corradino Mineo (il 7 dicembre alle 10,30) e con Fabrizio Barca (il 12 dicembre alle 17). Ed è con questo approccio che vogliamo continuare il nostro progetto di cambiamento del PD anche dopo le primarie dell'8 dicembre.

Piero David

domenica 20 ottobre 2013

Il Sud non sarà un paese per giovani


Non sono consuete analisi economiche sull’economia meridionale che guardino al lungo periodo. La crisi, con le sue emergenze, impone quasi sempre uno sguardo corto, su situazioni aziendali improvvisamente critiche, scadenze di bilancio, disagi che richiedono interventi urgenti sia pure a carattere provvisorio. Se, per una volta, si abbandonasse l’ottica del breve periodo e si guardasse all’andamento di alcuni cicli socio-economici, da qui agli anni a venire, comprenderemmo come la generazione 2.0 (i ventenni di oggi, insomma) si troverà a vivere in un Mezzogiorno con caratteristiche assai diverse, nel riferimento ad alcuni parametri, rispetto a quello di oggi. A meno che non intervengano, imprevedibili, al momento, inversioni di tendenza. Proiettiamoci in un futuro prossimo con l’occhio a tre fenomeni: il saldo demografico del Sud, la migrazione dal Sud al Nord, le condizioni di povertà nel Mezzogiorno.
Dunque, come può leggersi in un recente documento presentato dalla Svimez, nel silenzio generale, l’Italia sta cambiando geografia per effetto del calo delle nascite, i minori rientri in età fertile, gli spostamenti delle componenti più dinamiche, giovani e qualificate verso il Nord. Dal 2012 al 2065, è previsto un calo di 4,2 milioni di persone nel Sud a fronte di un aumento di 4,5 nel Centro-Nord. In altri termini, la popolazione del Mezzogiorno sul totale nazionale crollerà dall’attuale 34% al 27,3%, da circa un terzo ad un quarto. La perdita di popolazione interesserà, da qui al 2065, tutte le classi di età più giovane del paese, con una conseguente erosione della base della piramide dell’età, una sorta di “rovesciamento” rispetto a quella del Centro-Nord. Oggi, nel Mezzogiorno ci sono quattro milioni circa di giovani tra i 15 ed i 29 anni; nel 2065 saranno due milioni. Si pensi agli effetti che questa “desertificazione” provocherà, per esempio, sul sistema formativo, su quello sanitario e sul mercato del lavoro: in assenza di misure specifiche rivolte all’incremento demografico il Mezzogiorno dei prossimi decenni sarà fortemente decimato nella sua componente più vitale, prolifica e produttiva.
Passiamo al fenomeno della migrazione dal Mezzogiorno verso il Centro-Sud. Che ha interessato in dieci anni, dal 2001 al 2011, un milione e trecentomila persone di cui 172 mila laureati. Questi ultimi, nel 2000, erano il 10,7 % del totale di quanti si trasferivano al Centro-Nord. Dieci anni dopo, nel 2011, sono più che raddoppiati, salendo al 25%. In più, nel periodo in esame, sono emigrati all’estero 100 mila meridionali, di cui 20 mila laureati.
Resta da accennare alla condizione di povertà: il 14,1 % delle famig1ie meridionali (contro il 5,1%) del Centro-Nord vive con meno di mille euro al mese. In Sicilia il 29,6% delle famiglie. Il che rimanda ad un’economia di sussistenza fondata su forme di lavoro sommerso, illegale, informale. Oltre che ad un accesso a misure di welfare che spesso si prestano a sprechi e truffe. In sostanza, esiste nel Mezzogiorno una condizione di povertà strutturale che va aggravandosi anno dopo anno, in parallelo all’estendersi di un’economia “canaglia” di sopravvivenza.
Riassumiamo: calo demografico, emigrazione, povertà. Il perdurare di queste tendenze trasforma il Mezzogiorno, ne cambia i connotati produttivi, ne impoverisce capitale umano e infrange coesione e solidarietà.
Riportiamoci al presente per annotare un divario sugli effetti tra Nord e Sud dovuto alle manovre di correzione del bilancio che si sono succedute dal 2010 al 2013. Nel complesso l’onere di risanamento sopportato dal Centro-Nord oscilla tra il 70% ed il 72% di quello complessivo. Valutato in termini di Pil territoriale, il carico della manovra presenta caratteristiche differenti. Considerando l’aumento delle entrate e la diminuzione della spesa tra il 2012 ed il 2014 può valutarsi un’incidenza del Pil complessivo del 6,5%. Disaggregandola, può constatarsi come il peso a carico del Centro-Nord sia pari al 6% circa del Pil e quello a carico del Mezzogiorno si avvicini al 9% (elaborazioni Svimez su documenti ufficiali). Incidono su questo divario, in particolare, i tagli della spesa in conto capitale: una misura particolarmente penalizzante per il Sud poiché gli investimenti pubblici hanno nell’area un impatto molto forte.

Queste drammatiche previsioni nel medio-lungo periodo assumono toni ancora più foschi con lo sguardo al presente. Il Mezzogiorno sta vivendo la crisi in misura maggiore che nel resto del paese. Prendiamo i dati dei 2012: le stime ci dicono che il PIL italiano diminuirà del 2,4%. Quello del Centro-Nord del 2,1%, e quello del Mezzogiorno del 3,2%. La crisi, in sostanza, non cristallizza i divari territoriali, piuttosto li aggrava. Negli ultimi dieci anni (2001-2012) il Pil del Mezzogiorno ha registrato un calo del 3,8% decisamente distante dal Centro-Nord (3,3%), a testimonianza del perdurante divario di sviluppo tra le due aree. Ma la dinamica diviene ancora più pesante se ci si limita ad osservare, nel ciclo della crisi, gli ultimi quattro anni, dal 2008 al 2012: il Mezzogiorno ha perso oltre il 10% del Pil, quasi il doppio dei Centro-Nord (5,8%).
Tre osservazioni a commento: il Mezzogiorno risulta penalizzato dal ciclo economico sia con riferimento all’ultimo decennio sia con riferimento agli anni futuri. Non è assolutamente possibile fronteggiare questa recessione strutturale a livello regionale, ma sul futuro non  è possibile pronosticare né consapevolezza né reazione.
Si snoda in questi giorni un film nel quale ogni protagonista ritiene di mettere in salvo il bottino accumulato, disinteressandosi dei bene comune e piuttosto teso ad assicurarsi un benessere intra-generazionale. Senza un cambiamento di sistema, che oggi non si intravede, questa egoistica ispirazione potrebbe risultare inutilmente coltivata. E tra qualche decennio il Sud non sarà più un paese per giovani.

Mario Centorrino

Piero David

sabato 19 ottobre 2013


Politica in Movimento



Partiti e movimenti nella crisi della politica

La crisi della politica, la trasformazione del mercato del lavoro, l’innovazione delle forme di comunicazione ha prodotto nei territori la liquefazione delle forme politiche. I nuovi soggetti sociali (precari, disoccupati qualificati, esodati) non si riconoscono più nelle strutture rappresentative tradizionali (sindacati e partiti), ma percepiscono come soggetti politici di cambiamento i movimenti e le associazioni, agenti meno burocratici e più efficaci mediaticamente, che negli ultimi anni hanno occupato di fatto spazi politici fino a qualche tempo fa riservati solo ai partiti. Il PD non deve considerare tali espressioni della società come partiti politici ai quali contrapporsi. Deve, invece, costruire luoghi di dialogo permanente con i movimenti con i quali si condividono valori di base e finalità, per cercare di coglierne gli aspetti più innovativi e limitarne le forme più estreme, cercando di affermarsi con autorevolezza come riferimento politico ed istituzionale.

E' importante, soprattutto nella fase congressuale del Partito Democratico, approfondire le ragioni che hanno portato, soprattutto nell'ultimo anno, i movimenti politici a risultati elettorali molto importanti.
A Messina, un candidato pacifista e movimentista come Renato Accorinti, è riuscito in pochi mesi a condurre alla vittoria un movimento che, senza strutture partitiche di rilievo, deputati e finanziatori, è riuscito a battere un candidato di una coalizione sulla carta decisamente più forte. Alle ultime regionali, un candidato di sinistra indipendente, Rosario Crocetta, insieme al suo movimento (il Megafono) e con l'appoggio di PD ed UDC, per la prima volta nella storia repubblicana dell'isola, è riuscito a vincere le elezioni regionali. Ed, a livello nazionale, alle politiche di febbraio il M5S di Grillo è diventato alla Camera il primo partito d'Italia con 8 milioni e 700 mila voti.
E' utile cercare di capire perché sempre più negli ultimi anni gli elettori, alle strutture rappresentative tradizionali (partiti e sindacati), preferiscono forme politiche più "liquide", come associazioni o movimenti.
Senza dubbio le inchieste che negli ultimi anni hanno coinvolto deputati, senatori e consiglieri regionali hanno fatto perdere reputazione ai partiti ed hanno contribuito a spostare la domanda di politica che c'è sul territorio da organizzazioni poco credibili come le formazioni partitiche - dove nel tempo si è ridotta la qualità della classe dirigente, grazie anche a meccanismi di selezione basati sui più fedeli e non sui più capaci - a soggetti più dinamici come associazioni e movimenti. I quali stanno sui territori e si confrontano quotidianamente con le persone; non avendo strutture gerarchiche, valorizzano i più capaci ed i più carismatici; utilizzano meglio dei partiti i nuovi strumenti di comunicazione (blog, social network, sondaggi on line, feed back col popolo del web).
Già questo aspetto configura il consenso elettorale dei movimenti, non più solo come voto di protesta -  come avveniva in passato , ma come espressione di un'esigenza di cambiamento, e quindi come voto per proporre qualcosa di nuovo.
Ma c'è un secondo aspetto che va evidenziato. La poca credibilità dei partiti non basta a spiegare il successo dei movimenti e soprattutto la continuità del consenso. Generalmente - è stato così in passato - il consenso elettorale dei movimenti ha vita breve, qualche stagione o al massimo un anno. Se la popolarità dei movimenti politici recenti, come il M5S, si mantiene costante, allora ci sono ragioni "strutturali" che lo alimentano. E forse la più importante di tali ragioni sta nella trasformazione avvenuta nel mercato del lavoro. Attualmente, tra i nuovi assunti 8 su 10 sono precari; il posto a tempo indeterminato sembra una condizione sempre più rara, soprattutto al Sud. E se la flessibilità negli altri paesi europei è stata affiancata da strumenti di sostegno al reddito universali, nel nostro paese i lavoratori precari si trovano senza alcuna tutela nei periodi di non lavoro. E sono questi i soggetti che da tempo hanno trovato in Grillo un riferimento politico. E' il mondo dei precari una delle componenti più importanti del blocco sociale del M5S.
Tale trasformazione della struttura produttiva e del mercato del lavoro è ancora più evidente al Sud. Il modello ad economia assistita che ha caratterizzato il Mezzogiorno dagli '60 agli anni '90 del secolo scorso, attraverso i finanziamenti pubblici assicurava lavoro e voti. I grandi partiti di massa, infatti, sfruttavano queste risorse in maniera clientelare, assicurandosi un consenso strutturale di milioni di elettori.
La fine di questo modello, definitivamente tramontato a causa della competizione globale e della crisi fiscale dello Stato, ha condizionato il modello politico clientelare. La classe politica meridionale, con le poche risorse pubbliche trasferite ogni anno alle regioni del Sud dallo Stato centrale, non è stata più nella condizione di dare risposte e garantire lavoro. E quindi non riesce più a gestire il consenso elettorale, che adesso, divenuto più libero, si rivolge ai movimenti. Negli anni '70, i movimenti politici erano molto forti nel centro-nord del paese, mentre nel Sud non riuscivano ad incidere sul voto. La fine del modello ad economia assistita nel Mezzogiorno ha uniformato le dinamiche elettorali.
Concludendo, quale deve essere il ruolo di un grande partito di massa come il PD nel rapporto con i nuovi movimenti? Innanzitutto, per avere un ruolo, il Partito Democratico deve ridefinire il proprio profilo identitario, sia culturalmente (chiarendo quale linea tenere sui temi dei diritti civili) che politicamente (specificando la propria collocazione internazionale tra le forze progressiste). Non si capisce perché ancora non riusciamo a definirci un partito di sinistra (visto che ce n'è uno forte di destra) ancorato alla storia del socialismo europeo.
Sempre per rendere chiaro a noi ed ai nostri elettori chi siamo e dove vogliamo andare, il PD, dopo una attenta analisi della trasformazione della società, deve indicare espressamente i soggetti deboli che vuole difendere: precari, nuovi poveri, classe medie, pensionati. Ed adeguare il proprio programma ai soggetti sociali di riferimento. Per essere più chiari: se una categoria che vogliamo difendere sono i precari, allora una battaglia esplicita del PD deve essere fatta sul reddito minimo garantito. Se vogliamo tutelare la classe media, allora dobbiamo ridurre le aliquote fiscali per queste fasce di reddito ed introdurre una patrimoniale per le grandi ricchezze.
Definito il proprio profilo identitario, va necessariamente aperto una canale di dialogo con quei movimenti con una matrice culturale comune a quella del PD. Cercando di coglierne gli aspetti innovativi, costruendo un luogo permanente di dialogo, sforzandosi di comprendere e rappresentare le istanze di cambiamento che, fino ad ora, si sono rivolte a questi movimenti.
Con l'obiettivo di divenire il Partito Democratico il soggetto politico di cambiamento che la società italiana ormai da anni richiede e che, almeno fino ad ora, i suoi dirigenti non sono riusciti ad offrire.

Piero David

martedì 24 settembre 2013

L'evoluzione della Matteonomics

Dopo il ventennio berlusconiano, il nuovo protagonista della politica italiana sembra essere Matteo Renzi, sindaco di Firenze e, molto probabilmente, candidato alla segreteria nazionale del Partito Democratico, ed in futuro, a premier della coalizione di centro-sinistra. Cerchiamo di capire qual è la sua visione dell'economia italiana ripercorrendo l'evoluzione delle sue proposte: dalla discesa in campo (la c.d. Leopolda) nel 2011 al documento preparato dal suo guru economico Yoram Gutgeld per il prossimo congresso del PD (sul tema non esiste letteratura con eccezione di un volume d'occasione: M.Renzi, Oltre la rottamazione, Mondadori, 2013).

1) Il Renzi rottamatore del 2011

Le 100 proposte della Leopolda, presentate nell'ottobre del 2011, si caratterizzavano per una forte innovazione e radicalità, sia dal punto di vista istituzionale (soppressione di una Camera, dimezzamento dei deputati, abolizione delle province, accorpamento dei comuni, abolizione del CNEL, diritto di voto a 16 anni) che dal punto di vista economico, soprattutto sui temi della concorrenza (abolizione dell'IRAP finanziata col taglio dei sussidi alle imprese, riforma degli ordini professionali, antitrust obbligatorio, competizione tra pubblico e pubblico), delle privatizzazioni (si proponeva di privatizzare le prime due reti rai, le municipalizzate, le imprese pubbliche) e delle liberalizzazioni (liberalizzazione del trasporto pubblico regionale). Inoltre, in tema di mercato del lavoro si riprendeva la proposta di Boeri e Garibaldi di un contratto unico a tutele progressive, ed all'interno della riforma degli ammortizzatori sociali, si proponeva un'indennità di disoccupazione universale improntata al criterio del welfare to work sul modello danese.
Per quanto riguarda le politiche pubbliche le proposte erano: investire in poche grandi opere e molte piccole e medie opere, digitalizzare i servizi pubblici, riorganizzare gli uffici della giustizia, valorizzare più efficacemente cultura e turismo. E per quanto riguarda l'accesso tramite concorso nella Pubblica Amministrazione si consigliava l'abolizione del valore legale del titolo di studio.
Un programma vasto con un obiettivo chiaro di forte rinnovamento istituzionale, economico e culturale della struttura repubblicana del Paese.

2) Il Renzi liberal delle primarie del 2012

Nel programma delle primarie del 2012, dove l'obiettivo è la leadership del centro-sinistra alle politiche del 2013, consigliato dal liberal Piero Ichino, vengono ripresi i temi della concorrenza e delle liberalizzazioni, ed adeguato il programma al nuovo contesto economico. Pertanto, rispetto ai 100 punti della Leopolda, viene aggiunta una parte con le proposte relative all'uscita dalla recessione (rivedere il patto di stabilità per consentire ai Comuni virtuosi di investire, ridurre il debito attraverso un serio programma di dismissioni del patrimonio pubblico) ed uno spazio dedicato all'Europa (istituzioni europee al servizio della stabilità e della crescita, elezione diretta da parte dei cittadini europei di una figura che sommi le cariche di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio europeo, una vera politica estera e di difesa comune). Inoltre si comincia a concedere più spazio nel programma ai temi sociali (dare al 40% dei bambini sotto i tre anni un posto in un asilo pubblico entro il 2018, un forte investimento sulla scuola) ed all'evasione fiscale (un’unica Agenzia per combattere l’evasione, recupero dell’evasione fiscale del 25-30 per cento, da distribuisce alle fasce meno abbienti). Un accenno anche al contrasto alla corruzione ed alla criminalità organizzata.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro si parla esplicitamente di sperimentare in Italia la flexicurity, ispirandosi al modello scandinavo: tutti assunti a tempo indeterminato (tranne i casi classici di contratto a termine), a tutti una protezione forte dei diritti fondamentali e in particolare contro le discriminazioni, nessuno inamovibile; a chi perde il posto per motivi economici od organizzativi un robusto sostegno del reddito e servizi di outplacement per la ricollocazione.
In sostanza, si apre leggermente a sinistra l’impostazione renziana, soprattutto sui temi sociali e sull’evasione, ma l’impianto di base resta liberal: riforma del mercato del lavoro, liberalizzazioni dei servizi, tagli alla spesa pubblica improduttiva.

3) Il Renzi laburista del 2013

Andiamo all’ultima fase dell’evoluzione della Matteonomics, incarnata dal documento al quale sta lavorando Yoram Gutgeld, deputato del Pd e guru economico del sindaco di Firenze, che in forma ancora embrionale è stato pubblicato dal “Foglio” a fine giugno (Cerasa C., Matteonomics - Renzi punta a scalare il Pd con una piattaforma economica “Laburista”, Il Foglio, 27 giugno 2013). Questo terzo documento già dal titolo rivela un approccio differente ai temi economici rispetto al passato da parte di Renzi. Se nelle 100 proposte della Leopolda il termine "sinistra" era assente nel documento, e nel programma delle primarie 2012 ricorreva solo due volte, in quest'ultimo documento già dal titolo si capisce che gli obiettivi sono cambiati: "il rilancio parte da sinistra". Un'espressione che ricorre ripetutamente in questa bozza, nell’introduzione quasi ossessivamente.
A differenza dei documenti precedenti, quest’ultimo contiene un’analisi molto dettagliata del contesto economico italiano, propria di chi studia scientificamente questi temi, soffermandosi sulla competitività e sulla produttività delle imprese. Alle origini della mancata crescita del nostro Paese, secondo Gutgeld, ci sono alcuni problemi di natura strutturale: perdita di competitività, bassa fedeltà fiscale, crescita della spesa pubblica a bassa produttività, investimenti in grandi opere che incidono poco su produttività e occupazione, alto ricorso al debito delle PMI.
Secondo l’analisi di Gutgeld la scarsa competitività delle imprese italiane è legata principalmente agli elevati costi di produzione. Ma non tanto nella sua componente salariale netta, che negli anni è rimasta sostanzialmente costante, quanto nel peso fiscale e nel costo dei servizi. Come riporta in una delle tante tabelle del documento l’economista renziano, il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) è cresciuto del 26% rispetto alla Germania in 10 anni. Di questo aumento solo il 6% è imputabile ai divari di produttività dei due paesi, mentre il restante 20% è conseguenza del cuneo fiscale e del costo dei servizi alle imprese, che si caratterizzano in Italia per bassa produttività ed alti prezzi.
Se per ridurre i prezzi dei servizi privati la proposta è in sostanza di rafforzare le Authority esistenti per renderle più efficaci con obiettivi espliciti di vigilanza e poteri di intervento sui prezzi in caso di scostamenti eccessivi, liberalizzando anche quei settori ancora troppo protetti (prodotti farmaceutici); per migliorare la produttività dei servizi pubblici Gutgeld propone di centralizzare alcune spese (ad es. quelle sanitarie e per il welfare), proseguire la politica di apertura dei mercati e di rimozione dei vincoli alla concorrenza (ad es. separare il gestore della rete ferroviaria RFI dall’operatore ferroviario Trenitalia), adottare Piani Industriali per razionalizzare la P.A. (ad es. riorganizzare le Prefetture).
Per contrastare l'evasione fiscale, cavallo di battaglia da sempre della sinistra, il documento prevede di centralizzare le informazioni sui redditi e sui patrimoni dei cittadini, limitare il pagamento in contante a 500€, obbligare i professionisti ad utilizzare strumenti di pagamento elettronici, collegare Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza ed Equitalia, introdurre la fattura elettronica per i pagamenti tra le aziende ed infine, ridurre le tasse per "incentivare" la fedeltà fiscale. L'idea sarebbe quella di una riduzione immediata dell'Irpef, per un ammontare di 50€, per i redditi netti inferiori a 2000€. Tale intervento, il primo anno, andrebbe finanziato con i tagli alla spesa pubblica, soprattutto vendendo le case popolari agli inquilini, e con l'aiuto della Cassa Depositi e Prestiti. Gli anni successivi si dovrebbe finanziare col gettito atteso dall'azione di contrasto all'evasione.
Questo sembra il punto più debole. Come già Cerase ha evidenziato sul Foglio, la vendita del patrimonio pubblico dovrebbe servire a ridurre lo stock di debito piuttosto che rappresentare un aumento "una tantum" del reddito netto delle fasce meno abbienti della popolazione. Vendere degli assets per finanziare spesa corrente equivale a sottrarre risorse future per consumi presenti: una misura iniqua intergenerazionalmente. Inoltre prevedere un ricavato dal contrasto all'evasione che consenta di ridurre le tasse, senza interventi strutturali più radicali, sa molto più di libro dei sogni che di proposta realizzabile.
Inoltre, nelle schede di Gutgeld manca totalmente una proposta sul mercato del lavoro. Se nel 2011 il modello di riferimento era il contratto unico di Boeri e Garibaldi, e nel programma del 2012 si proponeva la flexicurity di stampo scandinavo, in quest'ultimo documento non si accenna ad alcuna riforma del mercato del lavoro.
Ma ne troviamo, invece, una senza dubbio particolare sul tema dell'occupazione. Gutgeld propone di creare nuovi posti di lavoro con risorse recuperate dai pensionati "ricchi". Scrive l'economista renziano: se per i 500 mila pensionati che percepiscono da 2.405 a 3.367 euro (da cinque a sette volte la pensione minima) si interrompe l'adeguamento all'inflazione per due anni si può recuperare un miliardo di euro. Per le pensioni superiori di sette volte il minimo andrebbero infine previsti tagli del 10 per cento e blocco dell'adeguamento all'inflazione per 3 anni: avremmo così un risparmio di tre miliardi il primo anno e di 3,8 miliardi dal terzo anno in poi. Anche per le pensioni che superano di tre o cinque volte il minimo, quelle che vanno da 1.443 fino a 2.405 euro al mese lordi, si potrebbe pensare di dimezzare l'adeguamento all'inflazione per un anno, con un risparmio di 0,7 miliardi l'anno. Questi risparmi, secondo Gutgeld, potrebbero servire, ad esempio, a finanziare 650 mila giovani in servizio civile o apprendistato a cinquecento euro al mese, come accade in Germania. Con una contraddizione, però, tutta da sciogliere: il rischio di perdita di consenso da parte di un'area consistente di voto (quella dei pensionati) a favore della creazione di easy job, destinata ad allargare il pernicioso problema del precariato.
In sostanza un programma economico meno liberal, con un'analisi più robusta e delle proposte dotate di maggiore concretezza, alcune forse da rivedere. Si perde un po' in radicalità ed innovazione rispetto alle intenzioni degli anni precedenti, ma si guadagna in pragmatismo.
Va rilevata a chiare lettere l’assenza di riferimenti concreti ai divari strutturali del paese, alla necessità di sostenere la lotta alle mafie ed alla corruzione sistemica. Visto da Sud, il programma di Renzi sembra elaborato per un’Italia “svedese” nella quale il Mezzogiorno non è neppure tracciato nella mappa geopolitica.
Impressiona il fatto che questo documento programmatico sia rimasto finora sostanzialmente ignorato dal dibattito pre-congressuale del PD. Quasi a dimostrazione che nel PD, si consideri come elemento di dibattito e di successo, solo il marketing del candidato: quasi un berlusconismo 2.0, presentato in salsa di centro-sinistra.

mercoledì 11 settembre 2013


L'Area metropolitana dello Stretto chiude alle 19

Da oggi (mercoledì 11 settembre n.d.r.) sono in vigore i nuovi orari per il collegamento via mare tra le città di Messina e Reggio Calabria. L'unica compagnia che garantisce l'attraversamento dello Stretto ad oltre un milione di pendolari l'anno, ha stabilito che l'ultima corsa da Messina verso Reggio Calabria sia alle 19.05 nei giorni feriali, alle 19 il sabato e la domenica. Per chi, per ragioni di lavoro o di studio, o per interessi culturali o ricreativi, o per raggiungere l'aeroporto dello Stretto, volesse muoversi in questa area metropolitana, dovrebbe arrivare a Villa San Giovanni, sopportare un costo maggiore, percorrere 15 km di autostrada, senza che ci siano bus di collegamento, ed arrivare a Reggio. Di fatto, alle 19, l'area metropolitana dello Stretto chiude i collegamenti tra le due città capoluogo.
Al Dipartimento di Economia dell'Università di Messina da anni studiamo la condizione economica delle due città e le potenzialità che potrebbe avere in termini di sviluppo la realizzazione di un Area metropolitana dello Stretto. Una maggiore integrazione dei due sistemi territoriali, infatti, permetterebbe una specializzazione funzionale dei servizi (culturali, universitari, sanitari e trasportistici) e quindi una loro migliore efficienza, mettendo a disposizione di ogni cittadino più servizi di più elevata qualità. Ma un altro aspetto è molto importante nella realizzazione di un nuovo modello di sviluppo per il nostro territorio: la costruzione di un'Area metropolitana dello Stretto (con quasi 500 mila abitanti se si considerano solo i due comuni capoluogo e quelli limitrofi, un milione e 200 abitanti se si prendono come riferimento le rispettive province) potrebbe diventare determinante nell’attrazione di nuovi investimenti e capitale umano. Infatti, solo raggiungendo quella massa critica che permette di essere visibili nel contesto di una competizione crescente a scala globale è possibile pensare un modello di sviluppo alternativo a quello da economia assistita che ha caratterizzato i territori meridionali dagli anni '60. Ragionando come singolo comune, senza una strategia di sviluppo complessiva dell'area, non ci sono prospettive  di crescita economica credibili.
E senza crescita e sviluppo economico il default amministrativo sarà sempre dietro l'angolo, al netto della competenza e buona gestione degli amministratori.
Pertanto, l'integrazione delle due città dello Stretto dovrebbe essere un esigenza sentita e perseguita da tutti i soggetti istituzionali. Ed invece, il Ministero dei Trasporti non crede sia utile spendere qualche milione di euro in più per collegare meglio un'area così strategica per il Mezzogiorno e per i traffici del Mediterraneo, l'Autorità Portuale gestisce la zona del porto come se fosse una proprietà privata, l'unica compagnia che collega Messina e Reggio, operando in regime di monopolio, gestisce il servizio con un livello di efficienza e qualità scadente, ed il Comune di Messina mette a disposizione dei circa 5 mila pendolari che ogni giorno attraversano lo Stretto solo quindici posti auto.

In sostanza, non solo nessuno crede nell'integrazione dei due territori, ma si fa di tutto per rendere la vita difficile a chi, come i pendolari, non può fare a meno di attraversare lo Stretto. Eppure basterebbe poco per migliorare il servizio: sarebbe sufficiente che ogni istituzione interessata, invece di pensare esclusivamente ai propri interessi, si occupasse anche di quelli dei cittadini.