lunedì 9 settembre 2013


Gli avvisi del FSE del Governo precedente: 

meglio bocciarli


Nella precedente legislatura l’Assessorato all’Istruzione ed alla Formazione Professionale aveva provato ad elaborare una politica di sostegno all’Università ed ai Centri di Ricerca della regione.

Innanzitutto riuscendo a fare partire un avviso, istruito da chi l’aveva preceduto, sulla “mobilità dei talenti” che prevedeva un insieme di iniziative (6 misure) a supporto del sistema universitario e della ricerca siciliano: borse di studio per master e progetti di ricerca, e contributi all’assunzione di giovani laureati siciliani, per circa 47 milioni di euro. Di tale avviso era stata bandita la misura 4 che finanziava master di prestigio all’estero per i laureati siciliani (con un impegno di circa 15 milioni di euro). Dopo tale misura (della quale gli studenti invano hanno atteso la terza annualità prevista per febbraio 2013) l’avviso, come risulta dal sito dell’organismo intermedio Sicilia Futura, è stato sospeso. Considerando che tali risorse vanno spese entro il 2015, con questi ritmi molto probabilmente si rischia di perderle. Con buona pace di quelle migliaia di laureati che, non potendo permetterselo, avevano sperato in un sostegno della Regione siciliana alla loro formazione post lauream.

Un secondo bando di circa 8 milioni di euro dedicato alla ricerca in Sicilia era stato pubblicato nel febbraio del 2012 per rafforzare l’occupabilità nel sistema della R&S e stimolare la nascita di spin-off di ricerca in Sicilia. In sostanza si volevano formare nei centri di ricerca siciliani dei borsisti che dopo un anno di attività con i ricercatori fossero nelle condizioni di creare delle start-up che sviluppassero i progetti dei centri di ricerca. Un avviso ambizioso, ma è esattamente quello che serviva per rendere competitivi i territori. E’ ormai teoria consolidata nell’economia regionale il contributo dell’istruzione, della ricerca e dell’innovazione nello sviluppo di un territorio. Nella competizione globale, già adesso, i territori più ricchi sono quelli che hanno investito di più in istruzione, ricerca ed innovazione. Queste sono le basi di qualsiasi programma di sviluppo regionale. Anche la battaglia contro la criminalità organizzata comincia dall’istruzione. Lo scrivono tutti i candidati nei loro programmi elettorali, ma poi nessuno ci crede veramente. E senza dubbio non ci crede la giunta Crocetta ed il suo assessore al ramo, dal momento che la graduatoria definitiva di tale bando, per incomprensibili ragioni, è da mesi in attesa di essere approvata per fare partire i progetti.

E, a dimostrazione di quanto siano distanti programmi elettorali (o proclami) e la concreta attività amministrativa, anche sul tema della legalità c’è un altro avviso, Beni in Comune, dove ci si aspettava un comportamento più attento da parte di chi, come Crocetta, dell’antimafia ha fatto la sua principale battaglia. Tale avviso, infatti, pubblicato nel marzo del 2011, aveva come obiettivo la formazione e l’accompagnamento del personale degli Enti territoriali siciliani (Comuni, Province e Regione) in materia di gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata da parte delle istituzioni universitarie siciliane. Probabilmente interveniva sull’anello più delicato della procedura che dal sequestro porta all’assegnazione dei beni confiscati alla mafia. Insieme ad esperti degli Atenei siciliani e con la collaborazione dell’Assistenza Tecnica del FSE si era riusciti a bandire un avviso che, con un costo ridotto (tre milioni di euro), non solo contribuiva a risolvere criticità amministrative siciliane nelle procedure relative ai beni confiscati alla mafia, ma era diventato una best pratice per altre regioni.

Ma anche su quest’ultimo bando, come per i precedenti, avviso fermo: la legalità per Crocetta ha altre priorità

venerdì 6 settembre 2013



 Le larghe intese alla messinese

Le ultime decisioni dei rappresentanti del Partito Democratico in Consiglio Comunale evidenziano la necessità del PD di Messina di ripristinare la funzionalità degli organismi dirigenti cittadini e provinciali.

La sconfitta elettorale delle amministrative di giugno contro il movimento che sosteneva Accorinti ha le sue ragioni principali nella scelta di parte del nostro elettorato, quello più di sinistra, di votare il candidato movimentista, assimilando il nostro partito a quella classe politica che ha portato la nostra città al quasi dissesto.

Non siamo riusciti a farci percepire diversi dal centro-destra, in discontinuità con le amministrazioni passate, nonostante il PDL, e non il PD, abbia governato in città, alternandosi con i commissari, gli ultimi quindici anni.
La sconfitta elettorale avrebbe dovuto farci riflettere sugli errori commessi e quindi sulla linea da tenere in consiglio comunale. E invece si continuano a fare gli stessi errori.

Essendo all'opposizione, insieme al PDL, di una giunta che ha pescato molto nel nostro elettorato, dovremmo fare di tutto per distinguerci dal centro-destra e tentare di riconquistare parte del consenso perso. Alla prima occasione, invece, su un tema dove la sinistra ha un approccio sociale e culturale molto diverso dalla destra, il PD fa una conferenza stampa congiuntamente al PDL: le larghe intese alla messinese. Rischiando di convincere anche quella parte di elettorato di sinistra che non ci sia nessuna differenza politica tra noi ed il centrodestra nell'amministrazione della città.

Ovviamente questo tipo di errori politici erano prevedibili già dal giorno dopo l'elezione dei consiglieri comunali. E sono la conseguenza della sbagliata composizione delle liste del centrosinistra, formate con un solo criterio: prendere più voti. Imbarcando anche molti consiglieri che fino a qualche mese prima erano nel centro-destra. Ora, se un consigliere cambia idea, matura una nuova visione della società, dei suoi problemi e di come risolverli, e, condividendo spirito, valori di fondo e linea politica del PD, decide di aderirvi e candidarsi, è un fatto positivo, perché rappresenta un valore aggiunto.
Se, al contrario, si candida nel PD, rimanendo culturalmente e politicamente nel centrodestra, allora questo è un problema molto serio. Poiché la presenza di tali consiglieri potrebbe cambiare i connotati politici del PD nelle istituzioni cittadine.

Questa situazione impone pertanto al nostro partito di ripristinare al più presto la funzionalità degli organismi dirigenti, comunali e provinciali, e aprire un confronto continuo con i propri rappresentanti in consiglio comunale, con l'obbiettivo di ricostruire un'identità politica che negli ultimi anni sembra scomparsa.

E' necessario che da questo confronto dentro il partito emerga la linea da tenersi in consiglio comunale su quale rapporto il PD deve tenere con la giunta Accorinti, su come differenziarci in consiglio dal centro-destra ed, infine, sulla definizione di una nostra agenda politica di priorità per la città che permetta al PD di presentare proposte chiare sui temi dell'economia, delle politiche sociali e culturali, e sui trasporti.

mercoledì 4 settembre 2013

La Grillonomics


L'analisi dettagliata del programma economico di Grillo, se da una parte conferma i caratteri di superficialità, ed a volte demagogia, delle proposte del Movimento Cinque Stelle, dall'altra mette in evidenza la comune matrice valoriale con la cultura di sinistra: eguaglianza, sobrietà dei consumi, ambientalismo, democrazia, regolazione del liberismo, difesa dei diritti dei più deboli, sono tutti elementi qualificanti della cultura politica di sinistra.
Dal programma economico di Grillo emerge chiaramente come i soggetti sociali di riferimento del M5S siano due principalmente: il primo, in ordine temporale, sono i precari; l'altro è rappresentato dalle piccole e medie imprese.
I lavoratori precari sono stati i primi che hanno riempito le pagine del Blog di Grillo, raccontando le proprie esperienze di frustrazione e sfruttamento, raccolte dal comico genovese nel volume "Schiavi moderni".
L'altro soggetto sociale di riferimento, più recente, è costituito dalla piccole e medie imprese (PMI), con le quali, soprattutto negli ultimi due anni, si è stretto un rapporto sinergico: tramite i sondaggi promossi sul blog, il M5S è riuscito a costruire una piattaforma programmatica per le PMI che adesso i deputati grillini stanno trasformando in proposte di legge da discutere in Parlamento.
Qui emerge l'altra fondamentale caratteristica del movimento di Grillo che ne fa un soggetto molto più stabile e "strutturato" dei passati movimenti di protesta. Tramite il web Grillo è riuscito ad intercettare l'esigenza di cambiamento e la voglia di partecipazione di quella parte di Paese che si sente in questo momento più a rischio: precari, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori.
Se nel secolo scorso erano le sezioni dei partiti di massa la struttura territoriale in grado di percepire cambiamenti e domande della società, adesso, nel secolo dei partiti leggeri questa "struttura" è stata sostituita dal web 2.0, dai blog e dai social network. Questi nuovi strumenti hanno permesso al M5S di diventare punto di riferimento di soggetti che non vogliono fermarsi solo alla protesta, ma che credono di poter cambiare con proposte concrete.
Questo metodo "aperto" di costruzione del programma ne costituisce anche un limite. Non solo in termini di dettaglio e fattibilità della proposta, ma anche per l'impostazione microeconomica che ne deriva. Pertanto mancano nel programma proposte macro sulla politica industriale, sugli interventi per ridurre i divari tra Nord e Sud, su quale politica infrastrutturale o per l'istruzione.

Concludiamo con una considerazione non economica. Se da una parte non si può non biasimare la limitata esperienza e preparazione politica dei grillini eletti in parlamento, dall'altra bisogna ammettere che, senza dubbio, sono tra i pochi rappresentanti delle istituzioni con la volontà di cambiare radicalmente il nostro Paese, e proprio perché mancano di una vera e propria "formazione politica", esprimono tale intenzione senza i filtri del politichese, risultando più efficaci dei loro colleghi dei partiti tradizionali.  Infine, c’è da apprezzare e valorizzare uno sforzo dei grillini di «andare oltre», comune alle diverse generazioni e trasversale alle differenti ideologie, riscoprendo una categoria che la sinistra sembra avere dimenticato: l'utopia.
In relazione alla seduta della Decima commissione consiliare sull'occupazione della Casa del Portuale, è utile fare presente che una parte del Partito Democratico, l'area Civati, a differenza di altri rappresentanti del centro-sinistra al Comune di Messina, condivide su questo tema la posizione della Giunta Accorinti e dell'Assessore Ialacqua.
Innanzitutto sulla questione dell'occupazione non autorizzata della Casa del Portuale. Come forse non tutti i consiglieri comunali sanno, esperienze di centri sociali occupati sono presenti in quasi tutte le medie e grandi città italiane. E se non assistiamo a sgomberi giornalieri di tali luoghi è perchè
da parte delle amministrazioni competenti spesso si riconosce agli occupanti una funzione sociale della loro presenza. Infatti, nella maggior parte dei casi, ad essere occupati sono luoghi degradati. E nel caso del Pinelli, si è recuperato uno spazio abbandonato da anni, dove prima dell'occupazione stazionavano tranquillamente, con buona pace di ben pensanti e consiglieri comunali, prostitute e spacciatori.
Inoltre, la funzione sociale degli spazi occupati, oltre ad attività sociali per bambini ed anziani (come gli occupanti del Pinelli avevano iniziato a svolgere nei spazi del teatro in Fiera prima di essere sgomberati) si esplica anche nella promozione di dibattiti ed informazione alternativa. Democrazia significa dare la possibilità di espressione delle proprie idee anche a quelle minoranze che non si adeguano al pensiero dominante. Ed in tal senso, in tutte le città dove sono presenti i centri sociali, in questi spazi si tollerano attività culturali, musicali o ricreative senza scopo di lucro, non regolamentate. La sperimentazione culturale e musicale è legata alla presenza di questi luoghi e di queste condizioni. Se la musica avesse trovato spazio solo nei locali commerciali non sarebbero cresciuti molti gruppi musicali di hip-hop, rap, ragamuffin, ska, punk. Così anche per le rassegne cinematografiche, gli spettacoli teatrali e le altre forme d'arte. In un contesto come quello di Messina, dove nessuna istituzione investe risorse sulla sperimentazione culturale da almeno venti anni, bisognerebbe apprezzare iniziative spontanee come quella del Pinelli, che danno spazio ad espressioni culturali e politiche alternative.
Anche per quanto riguarda la street art, spesso anche questa si svolge al di fuori della legalità. Ma quando si tratta di artisti e non di vandali, generalmente le amministrazioni tollerano tali espressioni artistiche, poiché valorizzano luoghi degradati. A volte addirittura, tali opere d'arte diventano un'importante attrattiva per i visitatori delle città. Noto è il caso dei murales di Banksy a Bristol, il cui museo gli ha dedicato una mostra nel 2009 che ha avuto 300 mila spettatori in tre mesi. Il murales di via Alessio Valore, realizzato da Blu, uno dei più importanti artisti di strada del mondo, pertanto non può essere trattato come una qualsiasi scritta su un muro.

In conclusione, seguendo l'esempio di altre città, come Roma, che hanno assegnato gli spazi occupati ad alcuni centri sociali poiché ne riconoscevano l'utilità sociale, si consiglia alle istituzioni comunali di promuovere tali attività anziché reprimerle, regolamentando l'uso degli spazi e dei servizi pubblici, ed approcciandosi alla diversità culturale e politica come un'opportunità e non come una minaccia.

domenica 26 maggio 2013

Rifare il PD in Sicilia


Rifare il PD in Sicilia

di Piero David


Dopo una lunga stagione elettorale e con la nascita del governo Letta, si apre una nuova e difficile fase per il Partito Democratico.
L'elezione del Presidente della Repubblica ha evidenziato le contraddizioni di origine del PD, la mancanza di un profilo identitario, la balcanizzazione dei gruppi dirigenti. Ma proprio le tensioni alle quali è stata sottoposta la struttura del partito a tutti i livelli, e la sua sostanziale tenuta, ha mostrato chiaramente come il punto di arrivo e di ripartenza della sinistra in Italia resti comunque il PD. Non ci sono gli spazi per scorciatoie politiche o partitini. La strada, impervia ma necessaria, è quella di cambiare questo partito, trasformandolo da un amalgama mal riuscito in una comunità con un'identità precisa, con una struttura presente nel territorio, aperta e contendibile.
Questo obiettivo è ancora più importante in Sicilia, anche e soprattutto per le sfide che il Partito Democratico deve affrontare in questa regione. La crisi economica, sociale e politica che vive la Sicilia, va oltre le difficoltà economiche che stanno attraversando l'Italia e gli altri paesi europei stremati dall'austerity comunitaria. Nell'isola, come nelle altre regioni meridionali, la crisi è strutturale. Nasce prima della recessione nazionale e continuerà anche dopo la ripresa. Questa volta non basterà la ripresa dalla domanda nazionale o internazionale per rimettere in piedi una struttura economica regionale che di fatto è scomparsa. L'allarme della Svimez di un rischio deindustrializzazione per le regioni meridionali è l'ultimo dei segnali della fine di un modello per il Sud, quello dell'economia assistita, che ormai da anni stava rapidamente declinando e che con l'ultima crisi finanziaria è sostanzialmente arrivato al capolinea. Il modello basato su massicci trasferimenti di risorse pubbliche, che vedeva circa il 70% dei suoi occupati nelle amministrazioni pubbliche, ed il resto impiegato nei settori trainati dalle spese di questi occupati, edilizia e commercio, non è più compatibile con le regole delle istituzioni comunitarie e la crisi fiscale degli stati nazionali.
Va pensato e costruito un nuovo modello di sviluppo per le regioni meridionali basato su un economia competitiva che valorizzi le risorse che i territori del sud naturalmente possiedono. Nella competizione internazionale, se i territori dei paesi sviluppati vogliono concorrere tra loro mantenendo o migliorando i loro livelli di reddito pro-capite, non possono farlo cercando di produrre quello che altri paesi in via di sviluppo realizzano con un costo del lavoro molto più ridotto. La strada da seguire è quella di sfruttare le risorse proprie non riproducibili in altri contesti, quelle naturali ed identitarie, che rappresentano l'unica materia prima in regime di monopolio per i territori meridionali. E di conseguenza pensare una struttura economica basata su nuovi settori produttivi a valore aggiunto elevato come quelli energetico, culturale e turistico di qualità.
Pertanto per chi fa politica al Sud la sfida è individuare un nuovo modello di sviluppo per il proprio territorio. Una sfida molto complessa che ha bisogno di un partito ed una classe dirigente all'altezza. Un partito con una robusta elaborazione politica in grado di dettare l'agenda politica con un ruolo attivo nei confronti del governo Crocetta. E soprattutto un partito che riprenda la buona abitudine della discussione interna e si presenti davanti l'esecutivo regionale unito ed autorevole. Se un Presidente della Regione decide da solo è perché la maggioranza che lo sostiene, e nel caso siciliano il Partito Democratico, si presenta spaccata e senza una chiara proposta politica.
Ma per avere un partito forte, autorevole e con una classe dirigente competente bisogna ricostruire il PD siciliano, modificando radicalmente la pratica politica che lo ha caratterizzato da quando è nato. Innanzitutto va strutturato nel territorio rafforzando la propria presenza politica e cercando di ricostruire con gli elettori un rapporto che permetta di coglierne le istanze politiche. Poi va ripristinata effettivamente la democrazia interna: non è accettabile nella nostra cultura politica il partito del capo, o dei capi. Purtroppo nella nostra regione è prevalso tale modello, quello del partito istituzionale, dove a decidere sono esclusivamente i deputati, con la ratifica successiva degli organismi dirigenti. Va separata la rappresentanza istituzionale dalla segreteria di partito, ripristinando una dialettica tra i due livelli che consenta una più efficace democrazia interna.
Infine è importante un ultimo passaggio. Va siglato da tutte le componenti politiche un patto generazionale che dia spazio finalmente ad una generazione di giovani dirigenti competenti e maturi per prendersi la responsabilità di guidare il Partito Democratico in questo processo di ricostruzione. Non si tratta solo di "rottamare" qualche anziano dirigente per sostituirlo con un suo giovane fedelissimo. Va promossa una nuova leva di dirigenti, fuori dalla gestione politica degli ultimi anni, che sia in grado di ricomporre le antiche fratture del nostro partito in una sintesi unitaria e che riesca ad intercettare meglio l'esigenza di cambiamento che l'elettorato di centro sinistra, e la società siciliana complessivamente, ci chiede. 

Un "modello Sicilia" anche per lo sviluppo


Un "modello Sicilia" anche per lo sviluppo

Piero David

Dopo i primi mesi dedicati più alla campagna elettorale che ai problemi della Sicilia, adesso per il Presidente Crocetta, i suoi assessori ed i parlamentari regionali, inizia il percorso per fare della nostra regione un "modello Sicilia" in termini di ripresa economica ed occupazionale. Le sfide che si troverà affrontare il nuovo Presidente, infatti, sono di carattere storico e strutturale come lo è stata la sua vittoria. Nella difficile fase economica che sta attraversando l'Italia, al Sud ed in Sicilia c'è una crisi nella crisi. Che non è solo nei numeri e nella storia drammatica dei disoccupati, dei nuovi poveri o delle crisi aziendali.
Alla difficile congiuntura finanziaria che negli ultimi quattro anni ha bloccato il sistema economico mondiale, in Sicilia, come in altre regioni del Mezzogiorno, si aggiunge la fine di un modello di sviluppo che ha caratterizzato il Sud dagli anni '80: quello basato sull'amministrazione pubblica come unica grande azienda dell'economia regionale, che con i suoi trasferimenti sosteneva una domanda continua per i settori delle costruzioni e del commercio. Con la crisi fiscale dello Stato e con la conseguente riduzione di trasferimenti, tale modello sta tramontando rapidamente e definitivamente. Senza che, al momento, se ne intraveda chiaramente un altro.
Non essendo intervenuti per tempo nel rafforzare l'industria manifatturiera regionale - ad esempio, con infrastrutture che ne migliorassero la produttività - si assiste adesso (come ci conferma la Svimez nell'ultimo Rapporto) ad una profonda e continua deindustrializzazione dell'isola. L'apparato industriale siciliano, nato tra gli anni '70 e '80 grazie agli ingenti trasferimenti dello Stato, non riesce ad adeguarsi alla competizione dei mercati internazionali. Il tasso di industrializzazione in Sicilia è la metà di quello medio europeo, ed un terzo di quello di paesi come la Polonia e la Romania. Il settore manifatturiero è stato quello più colpito: negli ultimi quindici anni si sono ridotte di oltre il 20% le industrie estrattive, del 41% le imprese di produzione di metalli, del 25% le industrie tessili, del 32,5% le attività di confezionamento di abbigliamento, del 40,7% le imprese di lavorazioni delle pelli, del 32,7% le industrie di mobili.
E così anche per il settore agricolo si impone la necessità di ripensare il modello di impresa finora prevalente.  Una classe di imprenditori agricoli (per due terzi vecchia e poco istruita) ha basato per molti anni la propria attività su coltivazioni intensive e contributi europei. Tale atteggiamento ha disincentivato le innovazioni di prodotto e di processo necessarie per rendere redditizia l'attività. Con l'apertura al libero scambio con i paesi del Mediterraneo (l'accordo tra l'UE ed il Marocco del febbraio di quest'anno è solo l'inizio di un processo già stabilito) questo modello sempre meno riuscirà a competere con i prezzi ed i salari dei paesi emergenti. Va riconsiderato, pertanto, il modello di impresa agricola, con figure di imprenditori giovani e qualificati, ristrutturandola in maniera moderna e multifunzionale: incentivando le produzioni agricole di qualità, la produzione di energia, la valorizzazione e la manutenzione del territorio, sostenendo le filiere delle produzioni locali e la vendita diretta.
Nel settore servizi, quello che occupa la maggior parte dei siciliani, se da una parte si intravede una crescita delle attività legate alla filiera turistica-ricreativa e dei servizi alla persona, dall'altra va segnalata la tendenza nell'ultimo decennio delle regioni meridionali a specializzarsi nei settori a minore valore aggiunto: commercio al dettaglio, agenzie immobiliari e finanziarie, call-center. Tutte attività dove la retribuzione, frutto di contratti precari legati ai risultati, spesso non supera le due euro l'ora (anche 75 centesimi in alcuni casi): una forma postmoderna di schiavitù. Se in Sicilia non è scoppiata una rivolta sociale, come in Grecia o in Spagna, è solo perché esiste ancora una forte rete sociale di sostegno, la flexicurity familiare, che compensa l'assenza di strumenti di sostegno al reddito universali come negli altri paesi europei.
In sostanza, una volta entrata in crisi il modello basato sull'economia assistita dai trasferimenti statali, l'economia della Sicilia si è sostanzialmente fermata, in attesa di una nuova prospettiva ancora da individuare.
Quali interventi adottare per ripartire? Innanzitutto va pensata una strategia per lo sviluppo che, nel breve periodo, faccia ripartire gli investimenti pubblici. Chi pensa, in fase di austerity, che il mercato da solo possa trovare la strada più adeguata per lo sviluppo, non tiene conto che i nostri competitor sono già ora più infrastrutturati di noi, e che senza adeguate risorse statali il passaggio da un'economia assistita ad un'economia di mercato può compromettere le fondamenta di qualsiasi modello di sviluppo: la disoccupazione di lungo periodo e l'emigrazione di giovani qualificati, se non interrotte, ridurranno ancora di più lo stock di capitale umano presente nella regione pregiudicando la competitività futura di tutta l'area.
Inoltre, aspetto poco sottolineato, va chiarito che per quanto riguarda la Sicilia e le altre regioni dell'obiettivo Convergenza le risorse per gli investimenti pubblici ci sono: circa 4 miliardi di fondi strutturali ancora devono essere impegnati nella nostra regione. A questi si aggiungono le risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione (gli ex Fas) ed i programmi di assistenza tecnica e finanziaria allo sviluppo (Jasper, Jeremie e Jessica) che, all'interno di una strategia coerente e concertata, possono rappresentare le risorse immediate per far ripartire l'economia siciliana. A condizione però il governo nazionale faccia la sua parte introducendo una deroga al Patto di stabilità interno (altrimenti i soldi non possono essere spesi) sia per le risorse di cofinanziamento dei fondi strutturali, che per quelle di provenienza nazionale, e che il nuovo governo regionale si impegni a concentrarle sulle infrastrutture materiali (strade, ferrovie, scuole, riqualificazione ambientale) e immateriali (conoscenza - istruzione, formazione, ricerca) fondamentali per lo sviluppo.
Infine, cercando di recuperare la capacità della politica di guardare lontano, va pensata una strategia di sviluppo per la Sicilia, ed in generale per le regioni del Mezzogiorno, che vada verso una specializzazione produttiva dei territori meridionali nei settori ad elevato valore aggiunto (energia, industria culturale, risorse ambientali, turismo di qualità, produzioni locali), unica condizione per competere nel mercato internazionale non su prezzi e salari, ma valorizzando risorse proprie non riproducibili in altri contesti.

Una sfida ambiziosa e difficile per il nuovo Presidente della Regione Siciliana. 
Ma con la quale, non solo la politica, ma tutta la società siciliana sarà costretta a misurarsi.

Dov’è finita la politica regionale unitaria?



  • UN QUADRO STRATEGICO DI SVILUPPO

La crescita dell’economia italiana è strettamente legata allo sviluppo delle Regioni meridionali e al recupero dei divari territoriali in termini di Pil, occupazione e infrastrutture. Il Quadro strategico nazionale del 2007 prevedeva una politica regionale di sviluppo destinata in modo specifico ai territori con squilibri economici e sociali. Poi è scoppiata la crisi. E per il Sud si sono ridotte non solo le risorse aggiuntive, ma anche quelle ordinarie. Rendendo difficile quell’inversione di tendenza indicata dalle proiezioni programmatiche del governo.
La crescita invocata dell’economia italiana è senza dubbio strettamente legata allo sviluppo delle Regioni meridionali e al recupero dei divari territoriali in termini di Pil, occupazione e infrastrutture. Con un Mezzogiorno a bassi livelli di produzione, anche se il centro-nord crescesse a tassi “europei”, il Pil nazionale rimarrebbe sempre intorno alla sua media degli ultimi dieci anni: poco sopra lo zero (0,2 per cento). (1)

Per accelerare i tassi di crescita delle regioni meridionali, nel 2007, in coincidenza con il ciclo di programmazione dei fondi strutturali 2007-2013, si stabilì di adottare una strategia di sviluppo che, per la prima volta, vedeva confluire nella stessa programmazione tutte le risorse destinate allo sviluppo delle aree “sottoutilizzate”: fondi comunitari, quote di cofinanziamento nazionale e risorse aggiuntive nazionali. (2) In totale, 124,7 miliardi di euro (60,3 di fondi strutturali e 64,4 di Fas), che nei successivi sette anni dovevano finanziare un’unica strategia di sviluppo per il Mezzogiorno, indicata nel Quadro strategico nazionale. (3)
Un documento, questo, nato dal processo partenariale che ha coinvolto comuni, province, Regioni e amministrazioni centrali nella definizione di scelte strategiche, priorità di intervento e modalità attuative della spesa per lo sviluppo. Tale approccio, definito politica regionale unitaria, aveva come “precondizioni per la sua stessa efficacia” l’intenzionalità dell’obiettivo territoriale e l’aggiuntività delle risorse. (4)
In sostanza, a differenza delle politiche ordinarie, che sono di regola orizzontali, la politica regionale di sviluppo sarebbe dovuta risultare destinata specificatamente a quei territori che presentavano squilibri economici e sociali. E per essere efficace, cioè per raggiungere l’obiettivo di ridurre i divari, le risorse impiegate avrebbero avuto carattere di distinzione e aggiuntività rispetto a quelle ordinarie. In base a queste “precondizioni” la ripartizione delle spese in conto capitale della politica regionale unitaria (la spesa aggiuntiva) sarebbe dovuta essere l’85 per cento per il Sud e il 15 per cento per il Centro-Nord, in modo che la quota totale delle spese in conto capitale (ordinarie più aggiuntive) per il Mezzogiorno sul totale nazionale avrebbe dovuto crescere fino al 45 per cento.
Se questo era l’impianto strategico nel 2007, la crisi economica ha modificato tutta l’impostazione finanziaria della politica regionale unitaria. La figura 1, che riporta la percentuale di spesa in conto capitale nelle Regioni meridionali sul totale nazionale, evidenzia come dal 2009 questa strategia sia sostanzialmente compromessa. La quota di spesa in conto capitale per il Sud è diminuita dal 35,4 al 31,2 per cento. In valore assoluto si è passati dai 22,4 miliardi investiti nelle regioni meridionali nel 2009 ai 15,1 miliardi del 2011.

A ridursi sono state non solo le risorse aggiuntive nazionali (i Fas), utilizzate in chiave anticiclica per altri interventi su tutto il territorio nazionale, ma anche le risorse ordinarie, la cui quota destinata al Mezzogiorno sul totale è passata dal 26,8 per cento del 2009 al 18,8 per cento del 2011 (figura 2), contravvenendo ad una delle “precondizioni” essenziali della politica regionale unitaria. Anche il Rapporto Svimez 2012 sull’economia del Mezzogiorno, presentato a Roma il 26 settembre, sottolinea come negli ultimi anni la strategia complessiva volta al riequilibrio economico, sociale e territoriale delle regioni meridionali sia completamente venuta meno, “essendo le risorse ordinarie un vero e proprio buco nero nello sviluppo del Mezzogiorno”. (5)



In sostanza, come nel precedente ciclo di programmazione, le risorse aggiuntive stanno sostituendo i tagli di quelle ordinarie, compromettendo di fatto l’efficacia della politica regionale unitaria. Ed è, infine, poco verosimile aspettarsi l’inversione di tendenza prevista dalle proiezioni programmatiche del governo (vedi figura 1), legata alla spesa residua dei fondi strutturali. Senza una variazione delle norme sul Patto di stabilità interno, i periodi necessari per la spesa supereranno senza dubbio il 2015.
(1) Nel decennio 2001-2010 l’Italia ha realizzato la peggiore performance produttiva tra tutti i paesi dell’Unione Europea, con un tasso medio annuo di aumento del Pil di appena lo 0,2 per cento, a fronte dell’1,1 per cento rilevato per l’area dell’euro (Uem) – Rapporto annuale Istat 2010, Roma 23 maggio 2011.
(2) Legge 296 del 2006 (Finanziaria 2007), art. 1 commi 863-866.
(3) Previsto formalmente dall’art. 27 del regolamento generale sui Fondi strutturali europei.
(4) Quadro strategico nazionale per la politica regionale di sviluppo 2007-2013, ministero dello Sviluppo economico, Dipartimento per le politiche di sviluppo e di coesione, giugno 2007, pag. VII.
(5) Rapporto Svimez 2012 sull’economia del Mezzogiorno, Introduzione e sintesi, pag. 23, Il Mulino 2012.